Logistica asimmetrica e COVID 19

Ho provato a profilare, con una curva logistica asimmetrica, l’andamento degli “attualmente positivi” rilevati dalla protezione civile in Italia.
Certamente ci saranno molti più casi, alcune fonti valutano che i numeri forniti siano sottostimati da 3 a 10 volte.
In ogni caso questo è il risultato.
Siamo completamente dentro al primo picco e dobbiamo tener duro.
Vedremo nei prossimi giorni.

Aggiornamento delle ore 19:00 del 28/03/2020

Rispetto al modello pubblicato, la previsione della sigmoide indicava, per oggi 28/03/2020, 70.263 “attualmente positivi” a fronte di un valore reale di n. 70.065 persone comunicato dalla protezione civile.
Il valore di saturazione, pari a circa 103.000 casi previsto per la metà di aprile, quindi non cambia.

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Sull’uso delle mascherine

Questo dibattito sull’uso delle mascherine sta diventando paradossale.

NN Taleb, citando Gigerenzer nel suo “Antifragile”, dice:

“Non chiedere mai al dottore che cosa devi fare tu. Chiedigli cosa farebbe lui se fosse al tuo posto. La differenza potrebbe sorprendere”.

Quando:

  • si vedono illustri virologi che concedono interviste all’aria aperta con indossata una mascherina;
  • si nota Guido Bertolaso sempre bardato con mascherina di protezione (non lo si è mai visto, recentemente, a volto scoperto). Auguri a lui di pronta guarigione!;
  • si osserva in TV un ministro della repubblica il quale, dalla sede della protezione civile, risponde alle domande con una mascherina a penzoloni da un orecchio;
  • le conferenze stampa della regione lombardia (realizzate in spazi assimilabili a capannoni industriali) hanno luogo con persone tra loro  molto distanziate e dotate ciascuna di mascherina posizionata sul viso;
  • le conferenze stampa della regione veneto sono effettuate dal presidente con ai lati i suoi collaboratori tutti con la mascherina indossata;

il problema, giunti a questo punto, NON è più solo quello di far entrare nella testa delle persone di distanziarsi di almeno 1 m l’un l’altro e di lavarsi frequentemente le mani.

Ciò che si vede nella sicurezza Covid 19 “praticata dagli esperti” narra un’altra storia.

La popolazione, ciascuno di noi, impara molto più dai comportamenti osservati e dall’esempio piuttosto che dalle liste di controllo emesse dal governo, dall’ISS o dall’OMS.

“Tu fai così, mai io esperto mi comporto in altro modo”. Esiste una chiara e palese distonia.

E se, nel nostro piccolo come esperti in tema di sicurezza (o cosiddetti tali), vogliamo aggiungere un chicco di protezione in più al mondo che ci sta attorno dobbiamo prendere semplicemente atto che le persone indossano le mascherine.

Perché? Perché di si.

Il rischio percepito all’aria aperta a Pordenone è ormai uguale a quello che probabilmente si avverte nella saletta d’attesa di un Pronto Soccorso di Bergamo.

Dobbiamo diventare semplicemente consapevoli di tali comportamenti. E, in virtù di questo, orientarli verso la massima protezione possibile. La maggioranza della popolazione se ha a disposizione una mascherina l’indossa.

Punto.

Quindi, a mio insignificante parere, non è più questione di ribadire che le mascherine siano più o meno importanti rispetto alle misure di distanziamento e di lavaggio frequente delle mani.

Il punto è, ora, quello di comunicare quali siano le corrette operazioni di vestizione e di rimozione di una mascherina dal proprio viso (senza tralasciare MAI di ribadire che tale misura è integrativa rispetto ai due presidi inderogabili). E’ necessario che ciascuno di noi, nel proprio superpiccolo, informi le persone su quali siano i comportamenti da tenere perché l’utilizzo delle mascherine, certamente utile in alcune circostanze, non divenga iatrogeno a causa della scarsa informazione sull’utilizzo.

Io la penso così.

PS – Vi prego di non intervenire facendomi presente la differenza tra le funzioni di mascherine chirurgiche, facciali filtranti P1, P2, P3, semimaschere ABEK e compagnia cantante. Sono 22 anni che mi occupo di sicurezza sul lavoro. Qualcosina ho imparato sull’argomento.

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La strana letalità del Covid 19 in Italia

Disaggregando per regione i dati della Protezione Civile forniti ieri (17/03/2020) e mettendo in relazione la specifica letalità regionale con il rapporto dei tamponi effettuati sul numero dei soggetti positivi si ottiene la dispersione che riporto di seguito.

Ricercando la tendenza lineare, si osserva che all’aumentare del rapporto n.tamponi/n.positivi diminuisce il tasso di letalità.

Non si può nemmeno trascurare che la piramide demografica italiana è molto “panciuta” verso l’alto, rispetto ad altre società orientali. E sono proprio gli anziani la parte maggiormente vulnerabile alla SARS-Cov-2.

Sia come sia, probabilmente esistono in Italia molte, moltissime persone positive al Covid 19 non rilevate dalle statistiche.

Moltissime persone che, magari, hanno manifestato sintomi relativamente leggeri, non degni di essere portati all’attenzione di un medico.

La tendenza lineare, all’aumentare della numerosità dei test tampone, è probabilmente compatibile con il tasso di letalità recentemente ipotizzato dallo WHO (pari al 3,4%).

E se invece il tasso di letalità fosse prossimo a quello rilevato nello stato che ha effettuato il maggior numero di tamponi in assoluto, cioè la Corea del Nord? Lì il tasso di letalità è stabile e approssimativamente pari all’1%. Questo significherebbe che attualmente, in Italia, la popolazione che ha contratto l’infezione risulta sottostimata di almeno otto volte.

Vedremo.

Intanto, nell’attesa che gli studiosi dell’argomento effettuino i loro riscontri e raggiungano conclusioni scientifiche certe, stiamo a casa.

Tutti quelli che non fanno parte dei servizi essenziali e delle filiere produttive indicate dall’esecutivo, stiano a casa.

Tutti.

Nessuno escluso.

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Percezione del rischio, SARS-CoV-2, paura pubblica et al.

I paesi europei, prima che pure loro entrassero nel girone degli untori, hanno esorcizzato le possibili angosce, legate all’indeterminatezza di un’epidemia causata da corona virus, con la paura connessa invece ad un pericolo chiaro e determinato.

Molto meglio avere paura di un pericolo bene identificabile che essere angosciati per qualcosa che non possiamo avvertire e raffigurarci. Questa dinamica si innesca quasi sempre nel caso di situazione non comprese e/o comunque non direttamente percepibili (il caso delle fobie parossistiche da elettrosmog sono, in questo senso, da manuale).

Il pericolo, utilizzato come amuleto dall’Europa out of Italy, era proprio l’Italia e gli italiani (su questo punto fatevi il regalo di ascoltare il prof. Umberto Galimberti).

Noi peraltro, in una fase antecedente, ci siamo comportati esattamente nel medesimo modo. Solo un mese fa il problema, per tutti noi, era esclusivamente “cinese”, giusto[1]? Chiaramente identificabile sia come nazione sia come differenza somatica nelle persone. All’inizio ci si scherzava anche.

Tanto è vero che, fino al paziente uno di Codogno, si pensava che il rischio di contagio fosse esclusivamente ascrivibile a loro (blocco dei voli da e verso la Cina, fobie variamente articolate verso tutto ciò che possedeva occhi a mandorla, ecc.).

Immagino che anche ora, nei luoghi d’Italia meno frequentati dal Covid 19[2], si ritenga che l’infezione sia prevalentemente un problema del nord del nostro paese.

La scorsa settimana, quando ancora i bar erano aperti, sorseggiando un caffè ascoltavo di sottecchi una conversazione nella quale si affermava che il “problema vero dell’infezione è presente nella sola Lombardia”[3].

Ascoltando poi il bollettino quotidiano della protezione civile si avverte sempre una ulteriore suddivisione e catalogazione del pericolo: “ultrasettantenni con pluripatologie”.

Abbiamo la necessità psicologica di evitare l’angoscia dell’indeterminatezza e la esorcizziamo sostituendola con la paura di un pericolo identificabile e relativamente lontano da noi.

Da ultimo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha identificato il pericolo nell’intera Europa.

Ad ogni livello l’angoscia fa più paura della paura stessa.

E’ anche per questo che la decisione assunta dallo WHO ieri è stata rivoluzionaria: ha dichiarato la pandemia da SARS-Cov-2.

Non è un quindi un problema confinato ad uno stato o ad una specifica popolazione.

Non esistono confini, non esistono distinzioni, non esistono stati nazione.

La World Health Organization ha chiamato per nome e cognome ciò che tutti hanno cercato di scansare.

E si invertono pure i ruoli nel momento del bisogno: stati ritenuti amici chiudono i confini e, per converso, stati che rappresentavano “il pericolo numero uno” fino a meno di 15 gg fa, ci prestano soccorso.

Da una parte c’è un virus che cavalca goccioline di tosse con dimensione superiore a 5 micron, dall’altra c’è l’umanità intera.

Stiamo a casa[4]

Tutto andrà bene

[1] Il 10 febbraio 2020 si registravano in Cina 908 morti e 40.170 contagiati. Il 10 marzo 2020, un mese dopo, in Italia si contano 827 decessi e 12.462 contagiati.

[2] Esistono province italiane con solo uno o due casi di tampone positivo.

[3] Abito in Friuli Venezia Giulia.

[4] Da meccanico trovo impressionante l’analogia esistente tra i fenomeni di solidificazione metallurgica, governata da leggi di nucleazione e accrescimento, e quelli della diffusione territoriale dell’epidemia. Stare nella propria casa significa sia prevenire la nucleazione di focolai sia estinguere la successiva espansione e reticolazione. Le analogie non si fermano qui, a dire il vero. In ambito corrosionistico esiste una sterminata letteratura che tratta alcune specifiche lesioni corrosive con terminologia medica (es. vaiolatura, ulcere, tubercoli, pustole). A questo proposito si legga il gustosissimo “Dal lessico dei medici a quello dei corrosionisti” nel  Capitolo 1 del Pedeferri.

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SARS-Cov-2, qualche numero da incompetente

Oggi non discutiamo di atmosfere esplosive. Proprio no.

Poiché i numeri che vengono quotidianamente riportati dalla protezione civile differiscono in modo sostanziale da quanto accade in altri stati con epidemie estese, mi sono posto il seguente quesito: è possibile calcolare quante persone ora, in Italia, sono affette dal Covid 19?

NB: Il mio sarà un semplice esercizio, senza alcuna pretesa di esaustività.

Per fare questo calcolo, niente di più di un esercizio teorico, dobbiamo partire dai dati maggiormente affidabili che sono ora in nostro possesso: mi riferisco, in particolare, al numero di decessi. Questi certamente sono correlabili alla SARS-Cov-2 (non entro nella polemica dei decessi “a causa di corona virus” o “con il corona virus”. Non lo so).

Sono numeri certi che vengono quotidianamente forniti dalla protezione civile. L’evoluzione dei decessi, aggiornata a ieri, è la seguente (il dato percentuale si riferisce alla progressione rispetto al giorno precedente):

24-feb [6]

25-feb [10, +67%]

26-feb [12, +20%]

27-feb [17, +42%]

28-feb [21, +24%]

29-feb [29, +38%]

01-mar [34, +17%]

02-mar [52, +53%]

03-mar [79, +52%]

04-mar [107, +35%]

05-mar [148, +38%]

06-mar [197, +33%]

07-mar [233, +18%]

08-mar [366, +57%]

09-mar [463, +27%]

10-mar [631, +36%]

Si rileva una media di incremento giornaliera di circa il 37% e un tempo di raddoppio compreso tra i due e i tre giorni. Siamo purtroppo ancora dentro alla fase espansiva ed esponenziale dell’epidemia.

Stante quanto dichiarato dallo WHO, il tasso di letalità del Covid 19 è stimato al 3,4% rispetto al totale degli infettati. I numeri dei decessi fanno quindi supporre che i contagi siano molto superiori a quelli individuati con i tamponi. Relativamente all’ultimo dato del 10 marzo, i decessi dovrebbero essere emersi da un totale di persone contagiate non inferiore a:

n.persone contagiate = n. decessi/0,034 = 18.600 persone (circa)

La domanda da porsi, giunti a questo punto, è: quando?

A quando risale questo cluster di contagiati che ha determinato 631 decessi?

Questo ce lo dice una ricerca di “The Lancet” pubblicata il 9 marzo 2020. In essa si dice che: “[…] the median time to death was 18,5 days […]”.

Chi purtroppo soccombe al virus, busca la malattia mediamente 18,5 giorni prima.

In altri termini quella popolazione di 18.600 infette da Covid 19 che ha determinato un outcome di 631 decessi NON era riferibile al 10 marzo ma ad almeno 18 giorni prima.

Il 21 febbraio.

Con queste assunzioni, da quel numero iniziale (18.600 di contagi al 21 febbraio), riusciamo a derivarne quante persone dovrebbero essere ora teoricamente positive?

Facendo le seguenti assunzioni:

  • nei 18 giorni che separano il 21 febbraio dal 10 marzo il tasso di incremento della mortalità rimane costante (certamente forzata… è ben augurabile non sia così);
  • nel medesimo periodo il tasso di incremento di mortalità è correlato (anzi uguale) al tasso di incremento dell’infezione (ipotesi credibile);
  • l’evoluzione non è influenzata dalle misure di contenimento e mitigazione poste in essere (speriamo, anche in questo caso, che la cosa non si verifichi);

dovremmo riuscire nell’impresa.

La formula che ci consente di calcolare quanti siano gli infetti “oggi” (indipendentemente dal fatto che abbiano eseguito il tampone o meno) dovrebbe essere la seguente:

n.inf(10mar) = n.inf(21feb) (1+0,37)^18 = 5.375.400 persone (circa)

Dove, come intuitivamente si comprende:

  • n.inf(10mar) è il numero di infettati al 10 marzo
  • n.inf(21feb) è il numero di infettati al 21 febbraio

Oppure, in forma tabellare:

21-feb [18.600]

22-feb [25.482]

23-feb [34.910]

24-feb [47.827]

25-feb [65.523]

26-feb [89.767]

27-feb [122.981]

28-feb [168.483]

29-feb [230.822]

01-mar [316.226]

02-mar [433.230]

03-mar [593.525]

04-mar [813.130]

05-mar [1.113.987]

06-mar [1.526.163]

07-mar [2.090.843]

08-mar [2.864.455]

09-mar [3.924.303]

10-mar [5.376.296]

…5 milioni e 400 mila persone…

A supporto di questi numeri chiamo in aiuto la virologa Ilaria Capua che, a questo proposito, il 4 marzo, in una sua intervista a “La Stampa”, affermò che: “[…] i contagiati sono molti di più dei circa 2 mila dichiarati […] Forse anche oltre 100 volte tanto”.

Se i posti in terapia intensiva nei nostri ospedali non sono più di 6.000 e la percentuale di ospedalizzati critici non è inferiore al 9% dei contagiati bene comprendiamo che la flessione delle dinamiche (reali!) si sarebbe dovuta verificare non più tardi del 25 febbraio scorso.

Ogni giorno in più, a partire da questa data, si tradurrà in profonda sofferenza.

I visi seri e tirati di TUTTI gli epidemiologi visti in TV sono lì a dimostrarlo.

C’è da dire che:

  • i numeri indicati sono relativi a situazioni senza misure di contenimento;
  • non tengono conto della saturazione;
  • non tengono conto di parametri difficilmente quantificabili a priori.

Detto questo, se tra cinque-sette giorni le misure in atto non faranno vedere effetti la cosa diventerà molto problematica.

Qualche segnale positivo esiste. Il tempo di raddoppio dei decessi (la punta della piramide) è, ad oggi, compreso tra 2 e 3 giorni mentre il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva (la parte sottostante la punta della piramide) è in costante decrescita da almeno il 3 marzo scorso e, ad oggi, è circa di 4 giorni.

Buona fortuna a tutti noi.

Stiamo a casa, rallentiamo.

Poi, come dice Fabio De Luigi, l’iperattivo che c’è in noi potrà tornare, tra qualche tempo, al suo normale stato di natura.

…tutto andrà bene…

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Covid 19, post muto

“[…] è possibile in breve stabilire che […] il tempo di raddoppio dei casi è attualmente […] di poco più di due giorni […]”

Enrico Bucci, 2 marzo 2020 [Sbarro Institute for Cancer research and Molecular Medicine, Temple University, Philadelphia PA USA]

“Se non seguiremo molto bene le norme di precauzione pagheremo un prezzo molto alto. È il momento di essere tutti attenti e disciplinati, evitando comportamenti ribelli e soluzioni individuali che potrebbero esporre a rischi seri”

Massimo Galli, 7 marzo 2020 [Direttore responsabile del reparto di malattie infettive, Ospedale Luigi Sacco, Milano]

“Anche se preliminari, questi dati confermano le osservazioni fatte fino a questo momento nel resto del mondo sulle caratteristiche principali dei pazienti, in particolare sul fatto che gli anziani e le persone con patologie preesistenti sono più a rischio […] [sono persone che] dobbiamo proteggere il più possibile”

Silvio Brusaferro, 5 marzo 2020 [Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità]

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Corona Virus e percezione pubblica del rischio

Essere in condizioni di “sicurezza” significa essere esposti a condizioni di rischio accettabile dove, con “accettabile”, non si intende “nullo”.

Come annullare il rischio? Spieghiamoci con un esempio: l’unico modo per annullare il rischio di cadere dalle scale, scendendole, è evitare di utilizzarle. Si rimane chiusi in casa, si evita di uscire dal proprio appartamento per l’intera vita e così si azzera il rischio di caduta dalle scale. Attenzione, però. Rimanendo chiusi in casa si aumenta l’esposizione ad altri fattori di rischio. La “casa dolce casa” è imbottita di rischi, palesi ed occulti. Almeno 8.400 decessi all’anno si verificano, infatti, tra le quattro mura domestiche.

Un altro esempio?

Come annullare il rischio di incidente stradale? Risposta: non si deve utilizzare l’auto, il motorino, la bicicletta e si deve evitare di andare pure a piedi, dato che esiste una probabilità non nulla di essere investiti (612 decessi di pedoni nel 2018).

E per annullare il rischio di incidente sul luogo di lavoro? Risposta: […]

Viviamo in un mondo interconnesso, in una società del rischio, come diceva l’illustre sociologo Ulrich Beck nel suo citatissimo, ma molto poco leggibile (e, credo, molto poco letto) saggio.

Siamo immersi nei rischi.

Nel 2018 hanno perso la vita 3.325 persone in incidenti stradali. Per raffigurarsi l’enormità di tale fenomeno immaginiamo che, proprio in quell’anno, siano caduti al suolo una ventina di aeroplani di linea della tratta Roma-Milano. Roma e Milano distano, in linea d’aria, 480 km. Quindi un aereo ogni 25 km.

Continuiamo? Il 46% di tutti i decessi per tumore in Italia (circa 80.000 nel 2012) sono riconducibili a fattori di rischio potenzialmente modificabili. Il fumo, per esempio, causa da solo 41.000 decessi/anno nel nostro paese. Altri 200 aeroplani di linea dei quali 160 carichi di uomini e 40 di donne.

L’obesità è invece correlabile ad altri 8.000 decessi.

L’influenza (da alcuni definita banale, non certo da me, stante il mio abbonamento circa biennale) è correlata ad un eccesso di mortalità non inferiore a 8.000 persone/anno. L’esercizio con gli aeroplani lo lascio ai miei due lettori.

Per converso, nel 2016, ultimo anno rilevato dall’ISS, sono morti per AIDS “solo” 532 persone grazie alla presenza delle terapie antivirali. Un deciso passo in avanti rispetto al 1995 (quell’anno se ne andarono, a causa dell’infezione, circa 4.600 persone).

Un dato spesso non noto è quello delle persone che decidono volontariamente di togliersi la vita. Ogni anno circa 4.000 nostri concittadini scelgono di compiere questo gesto estremo. Molti di più dei decessi per incidente stradale.

Ci si potrebbe chiedere, giunti a questo punto, quale sia il rischio “naturale” che noi tutti corriamo. Il rischio basale, non eliminabile e connesso al semplice fatto di “esistere” in un dato luogo. Un importante specialista del settore dei grandi rischi industriali nel 2006 ha cercato di rispondere a questa domanda e, tenendo conto della media dei dati del venticinquennio compreso tra il 1981 e il 2006, ha stimato:

  • 100 decessi/anno per terremoto;
  • 30 decessi/anno per alluvione;
  • 20 decessi/anno per fulminazione;
  • 40 decessi/anno per punti di insetti/morsi.

Sommando si ottengono, quindi, circa 190 decessi/anno per cause completamente naturali collegate al semplice “vivere” nel nostro territorio. Questi numeri si traducono in una probabilità complessiva di mortalità individuale pari a 3,3E-6 per anno.

…il famoso “dieci alla meno sei”…

Il rischio zero, come si vede, non esiste nemmeno se ci isolassimo dal mondo e vivessimo nella baita del nonno di Heidi in compagnia del solo cane “Nebbia”.

Ora, la sensazione è che questi numeri, questa enorme enormità di cause e concause di decesso, sia data per scontata da molti tra noi. In modo cosciente o no. Il rischio, peraltro, è soggetto a “desensibilizzazione”. Più ne siamo esposti meno ne percepiamo l’entità.

Pian piano diventiamo ciechi alle sue potenziali conseguenze.

Al contrario pare assodato che i rischi emergenti e/o nuovi vengano molto sovrastimati e ci facciano molta paura. E questo nonostante la continua e quotidiana esposizione a rischi molto più preoccupanti[1].

A questo proposito, grazie anche al clamore mediatico di queste ultime settimane, sembra che il Corona Virus sia diventato l’unico fattore di rischio per l’intera popolazione italiana. Un virus, il Covid-19, definito da Ilaria Capua “sindrome simil-influenzale da coronavirus”.

Certamente i numeri che si leggono non sono rassicuranti, non fosse altro perché esiste uno strato della nostra popolazione, quella più anziana e magari già affetta da altre patologie, estremamente vulnerabile alle conseguenze di questa nuova malattia. Le autorità competenti stanno lavorando alla cosa.

Diamo loro fiducia.

Teniamo in conto che i decisori pubblici stanno operando in condizioni di “incertezza”: il profilo e la distribuzione delle probabilità di accadimento di questo nuovo rischio non sono infatti note con precisione. Così come non si conoscono le retroazioni alla diffusione dell’infezione. Pare non esistano ancora statistiche affidabili sul fenomeno “Corona Virus” diffuso nel corpaccione dell’occidente avanzato[2].

E quindi la mancanza dei pattern di distribuzione di probabilità non consente, a priori, di definire il problema in termini di “rischio” bensì solo di “incertezza”, come definita in ISO 31000:2018 e, molti anni fa, da Frank Knight.

Chi assume decisioni deve, quindi, fare esclusivo affidamento ad una valutazione soggettiva dei parametri in gioco, ancorché mediata da pareri esperti. In questa prima fase si ha l’impressione che le pubbliche decisioni si siano orientate a privilegiare nettamente i benefici delle scelte in termini di sanità pubblica a scapito dei costi economici che queste determineranno nel breve e medio periodo. La quarantena generalizzata è, in questo senso, null’altro che la concreta applicazione del principio di precauzione.

Non mi soffermo oltre su questo aspetto. Posso solo immaginare cosa voglia significare prendere decisioni in queste condizioni. L’argomento fa parte, peraltro, di un ampio capitolo che potrebbe intitolarsi “La democrazia e le paure della collettività” che lascio volentieri ad altri.

Detto questo ci si chiede, però, quale sia la vera ragione dell’isteria che si è instillata nella testa di una grossa parte della popolazione: alberghi e treni deserti, supermercati svuotati, detergenti disinfettanti e mascherine esaurite in farmacia, presidenti di regione che mettono in quarantena scolaresche rientrate dalle gite(!).

Sembra la sceneggiatura di un film distopico. Una cosa tipo “Apocalisse Zombie”. Senza gli Zombie.

Il problema, oltre a quanto descritto in precedenza, credo sia connesso al fatto che, per maggior parte della popolazione:

  • il rischio è “o tutto o niente”;
  • il rischio zero esiste;
  • si sopravvalutano le cause di morte di eventi poco probabili e, al contrario, si sottovalutano gli accadimenti più frequenti e presenti nella vita di ciascuno di noi[3];
  • non sono ad oggi valutabili gli impatti economici delle scelte fatte;
  • le decisioni, anche pubbliche, paiono assunte in condizioni emotivamente non neutre.

In conclusione, gestire un’emergenza sanitaria e di psicosi sociale date queste condizioni al contorno appare molto, molto difficile.

Ed ora vado a rilavarmi le mani…

UPDATE del 01/03/2020: regaliamoci la lettura della nota che i Proff. Sergio Rosati e Luigi Bertolotti, del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, hanno inviato ai loro studenti di Medicina Veterinaria. Equilibrata, profonda e accessibile.

[1] Personalmente mi sono recentemente accorto della cosa quando, durante un corso aziendale volto a sensibilizzare il personale al rischio connesso alla manipolazione di sostanze chimiche infiammabili, tossiche e corrosive, qualcuno dei partecipanti mi ha chiesto un’opinione sul “Corona Virus”. Con dibattito conseguente difficile da sedare. O quando, ancora, di fronte alla macchinetta del caffè un corrucciato RSPP mi chiedeva conto del problema connesso agli effetti a lungo termine dei campi elettromagnetici domandandomi, durante la mia risposta, se ci si poteva spostare all’esterno per la sua “pausa sigaretta”.

[2] Gli unici dati quantitativi derivano da pubblicazioni scientifiche elaborate in base a quanto accaduto in Cina che possiede, notoriamente, un sistema sociale e di sanità pubblica radicalmente differente da quello occidentale.

[3] “[…] The primary bias refers to the common tendency to overestimate infrequent causes of death while underestimating more frequent causes […]” Johnson, Tversky, 1983

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Quarantena e principio di precauzione

La conferenza di Rio de Janeiro del 1992 statuì, per la prima volta in forma ufficiale, il cosiddetto principio di precauzione, ripreso più volte nei documenti ufficiali UE, fino all’attuale art. 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

In esso si asserisce che il ricorso a tale forma di tutela è giustificato quando siano presenti le seguenti tre specifiche condizioni:

  • identificazione di effetti potenzialmente negativi;
  • valutazione dei dati scientifici disponibili;
  • ampiezza dell’incertezza scientifica.

Io trovo che quanto sta accadendo in Italia in relazione alla diffusione della sindrome simil-influenzale causata da coronavirus (cit. Ilaria Capua) credo sia la plastica rappresentazione dell’applicazione del principio di precauzione “in pratica”.

Una quarantena estesa cinquantamila persone cos’altro è se non questo?

Molto altro ci sarebbe da dire.

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Il più sconclusionato e folle incidente nucleare della storia

Questo il breve resoconto tratto dalla letteratura scientifica[1]: “[…] Nel 1985, a Goiânia, in Brasile, un istituto di radioterapia spostò i propri locali lasciando nell’edificio precedentemente occupato un apparecchio contenente una fonte di Cesio 137 […] senza avvisare le autorità preposte al rilascio delle licenze. Successivamente l’edificio venne parzialmente demolito. Circa 2 anni dopo il trasferimento dell’istituto, il 13 settembre 1987, due uomini entrarono nell’edificio e tentarono di smontare la macchina per ottenerne rottami. Portarono a casa il cilindro d’acciaio [contenente la sorgente radioattiva] ed entrambi si ammalarono. Circa 5 giorni dopo, e nonostante l’avvelenamento, uno di loro forzò il cilindro d’acciaio e il Cesio 137 venne rilasciato all’esterno. Ne seguì una catena di eventi che espose a radiazioni 249 persone delle quali 4 di queste morirono […]”.

Quello che il breve resoconto non dice è la follia del contesto tecnico e sociale nel quale questo enorme incidente maturò.

Proviamo insieme a riepilogarlo.

13 settembre 1987 (domenica). Il guardiano diurno addetto alla sorveglianza del sito dell’istituto abbandonato non si reca al lavoro: deve accompagnare la famiglia al cinema alla prima di “Herbie il maggiolino sbarca in Messico”. Due poveri cristi che vivono di espedienti, accortisi della mancanza di sorveglianza, entrano nei locali dismessi e quasi totalmente demoliti in cerca di rottami da rivendere. Trovano un contenitore in acciaio inossidabile, lo caricano in una carriola e se lo portano a casa, a circa 500 metri dal luogo del furto.

Quello che i due non sanno è che quanto sottratto è la parte attiva di una macchina per terapie radiologiche, la Cesapan F-3000 fabbricata dalla Barazetti di Milano, con una testa rotante contenente una sorgente radioattiva che incapsula circa 100 grammi di Cesio 137.

La sera stessa i due smontano il macchinario, accusando immediatamente i primi sintomi di una sindrome acuta da avvelenamento da radiazioni.

15 settembre 1987 (martedì). Mentre uno dei due ladruncoli ricorre alle cure di un medico (che diagnostica un’intossicazione alimentare), l’altro, ben più determinato, libera la sorgente rotante incapsulata di Cesio 137.

16 settembre 1987 (mercoledì). Armato di solo un cacciavite il ladro di rottami più volitivo riesce, lavorando all’aperto all’ombra di un mango, a penetrare la capsula intravedendo la classica luminosità blu intenso data dall’effetto Čerenkov [l’indagine successiva rilevò una contaminazione residua “sostanziosa” sotto quello specifico albero. Contaminazione compatibile con lo scenario descritto].

18 settembre 1987 (venerdì). La sorgente viene caricata di nuovo sulla carriola e successivamente venduta ad un acquirente titolare di un deposito di rottami il quale, strabiliato dalla luminosità irradiata, porta a casa la capsula e per tre giorni la mette in bella mostra ai propri conoscenti, pensando si tratti di una manifestazione soprannaturale. Poiché vuole farne un anello per la moglie, cerca (e trova) chi riesce ad estrarre i granelli di Cesio 137 dal contenimento metallico corazzato. Un parte del contenuto lo tiene per sé mentre il resto viene regalato al fratello, agli amici e ai conoscenti.

Pian piano le persone cominciano ad ammalarsi di una sindrome sconosciuta. Solo dopo molti giorni verranno interpellate le autorità per chiedere informazioni.

Fu proprio la potenziale destinataria dell’anello al Cesio 137, Gabriela Maria Ferreira, a recarsi per prima all’ospedale locale in cerca spiegazioni che non riusciva a darsi da sé. Era il 28 settembre 1987 e la disseminazione radioattiva lascerà il segno: 249 contaminati, 20 affetti da sindrome acuta da avvelenamento da radiazioni e 4 decessi tra cui anche la povera Gabriela Maria.

Quest’ultima se ne andò, per emorragia interna, il 23 ottobre 1987, probabilmente mai pensando all’anello che era stato per lei commissionato.

Annotazione 1: gli incidenti nucleari vengono catalogati in base ad una specifica scala, definita INES (International Nuclear and radiological Event Scale). A livello 7 si collocano gli incidenti di Chernobyl e Fukushima. A livello 6 si verificò, nel 1957 in URSS, a Kyshtym, un incidente dai contorni ancora molto oscuri. Al livello 5 si collocano, invece, gli incidenti nucleari di Three Mile Island e Windscale oltre a quello di Goiânia, unico incidente nucleare non derivante da un impianto plutonigeno o elettronucleare di questa triste TOP SIX.

Annotazione 2: la sorgente di Cesio 137 possedeva una radioattività equivalente pari a 50,9E12 Bq (Becquerel). I limiti di radioprotezione su base annua, tratti dal report dell’AIEA citato in “bibliografia minima”, sono pari a 4,0E6 Bq per ingestione e 6,0E6 per inalazione. La sorgente, quindi, conteneva un potenziale radioattivo 10 milioni di volte superiore al limite annuale ammesso per l’esposizione umana.

[1] Mannan S. (2013), Lees’ Process Safety Essentials, Butterworth-Heinemann

Bibliografia minima

IAEA (1988), The radiological accident in Goiania

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Brexit e marcatura CE. Cosa accadrà?

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito e l’Irlanda del Nord hanno abbandonato definitivamente l’Unione Europea.

Da sempre credo che l’UE senza UK sarà più povera. Il loro tipico modo di approcciarsi ai problemi ci mancherà. Ma ce ne faremo una ragione.

Buona fortuna a loro

E buona fortuna anche a noi.

Detto questo, sarà interessante vedere quali dinamiche si instaureranno nell’ambito delle direttive di prodotto.

C’è da dire che l’accordo del 18 ottobre 2019 prevede un periodo di transizione che durerà fino al 31/12/2020 con un’eventuale proroga di uno o due anni, ma solo se concordata entro il primo luglio 2020.

Tutto rimarrà tal quale per ancora poco meno di un anno, quindi.

E poi? Cosa cambierà nell’ambito della marcatura CE?

La risposta ha due prospettive differenti partendo dall’assunto che l’UE ha un mercato potenziale interno di circa 440 milioni di consumatori mentre il mercato interno UK è circa sette volte più piccolo.

Per uno stato membro non accadrà nulla di particolare, a meno che non commerci con l’UK. In quest’ultimo caso al termine del periodo transitorio (31/12/2020) il fabbricante UE che esporta in Gran Bretagna e Irlanda del Nord dovrà adeguarsi alla nascente regolamentazione UKCA (UK Conformity Assessed) una forma di marcatura CE in salsa british.

Vista dall’UK la visione sarà simmetrica con la differenza che l’UKCA sarà per loro obbligatoria per garantire la circolazione interna delle merci con l’aggiunta che, se è prevista la commercializzazione in UE, dovranno possedere pure la marcatura CE.

Sarà difficile che in un solo anno la Gran Bretagna metta a regime la legislazione, le procedure, le norme tecniche che trasformeranno in UKCA la CE. L’UE ci ha impiegato oltre vent’anni. Molto più probabile sarà l’adozione, in UK, di un regime transitorio molto lungo che consentirà le modifiche. Nel frattempo continuerà a valere la marcatura CE anche oltre manica. Alcune fonti specificano che i soli aspetti passibili di modifica saranno i requisiti ambientali, rimanendo inalterati gli altri aspetti (RES su rischi meccanici, elettrici, ATEX, PED, ecc.).

Vedremo.

Peraltro, poiché è fatto notorio che la Gran Bretagna era un membro molto attivo all’interno dei comitati permanenti delle varie direttive di prodotto, accadrà che la “perfida albione” si troverà d’un tratto non più a governare il sistema di marcatura CE bensì a subirlo, ottemperando a scelte cui loro non potranno più opporsi e/o gestire.

Un cambio di prospettiva che dovranno accettare per commercializzare con l’enormità del mercato UE.

Un capitolo a parte meritano le certificazioni CE rilasciate da Organismi Notificati che, salvo eccezioni, devono risiedere in UE. A questo riguardo l’art. 46 dell’accordo stabilisce che:

“Il Regno Unito garantisce che le informazioni in possesso di un organismo di valutazione della conformità stabilito nel Regno Unito […] prima della fine del periodo di transizione siano messe, senza indugio, a disposizione di un organismo notificato stabilito in uno Stato membro, su richiesta del titolare del certificato […]”

inoltre:

“Gli Stati membri garantiscono che le informazioni detenute da un organismo notificato stabilito nello Stato membro […] siano messe a disposizione, su richiesta del titolare del certificato, senza indugio, a un organismo di valutazione della conformità stabilito nel Regno Unito […]”

Ad una prima lettura di questo articolo pare escluso che si opti per regimi di accordo bilaterale quali il Mutual Recognition Agreements (es. Svizzera, Israele, Giappone, ecc.) che prevedono la presenza di Organismi Notificati in paesi non appartenenti all’UE.

In altri termini, nei casi in cui sia necessaria, per la marcatura CE, la certificazione CE emessa da un NoBo, i fabbricanti (residenti in UE o UK) che si erano appoggiati ad enti inglesi dovranno comunque far riferimento ad Enti Notificati accreditati in UE.

E viceversa, immagino, per l’UKCA.

Vedremo che accadrà anche se un accordo politico in questo senso credo rientri nella logica delle cose.

Trovo tuttavia divertente immaginare un costruttore UK, magari brexiter, obbligato a farsi certificare il proprio prodotto da un NoBo, ri-magari, francese o tedesco per poter continuare a vendere in Europa. Costruttore inglese che dovrà comunque pure ottemperare all’UKCA per il proprio mercato interno.

Interessante, infine, sarà vedere come si muoverà il BSI all’interno di CEN e CENELEC. La normativa armonizzata EN, che dà presunzione di conformità alle varie direttive di prodotto, verrà integrata con norme tecniche analoghe in applicazione dell’UKCA?

Il BSI recepirà nel proprio ordinamento le une?

Le altre?

Entrambe?

Vedremo.

Questo capitolo temo sia tutto da scrivere ex novo, come molto altro, par di capire.

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