Del gioco a nascondino e del Vz

Disclaimer: post per soli iniziati alle “Arti oscure dell’ATEX”

A breve usciranno i dettagli del corso di formazione sulle atmosfere esplosive che si proporrà lo scopo di fornire una “cassetta degli attrezzi avanzata” utile ad affrontare il tema della classificazione delle zone a rischio di esplosione anche alla luce della nuova IEC 60079-10-1:2020. Ci concentreremo pure sulla valutazione del rischio ATEX correlata alla nuova edizione della Regola Tecnica Verticale n. 2 del Codice di Prevenzione Incendi.

Non sarà possibile incontrarci di persona come avvenne lo scorso anno a Milano[1]. Era febbraio 2020 e, riguardando la fotografia dell’evento, si acquisisce la consapevolezza che la pandemia ci ha fatto entrare in una nuova “epoca”.

Sia come sia, la “marcia” che ci avvicinerà a questo incontro sarà intervallata da brevi ma puntuali interventi che posterò sul blog.

Questo è il primo.

Oggi discuteremo delle ‘zone non estese’ e di alcune particolarità del nomogramma, presente nella EN 60079-10-1:2015, indispensabile alla loro determinazione.

Cominciamo dicendo che una zona non estesa è “(…) di estensione trascurabile (NE) (e) può essere trattata come non pericolosa. Questo tipo di zona implica che un’esplosione, se avviene, avrà conseguenze trascurabili”.

A questo proposito, nel mio ebook, a suo tempo pubblicato sull’argomento, mi soffermavo su questo: “(…) Tale specifica, probabilmente condivisibile nel caso si valutino i soli danni da sovrappressione, appare di interpretazione meno certa nel caso di Flash fire che coinvolgano personale prossimale al rilascio. Ricordiamo, infatti, che il rapporto tipico tra i volumi della miscela combusta rispetto alla miscela non ancora innescata è pari a circa 8 per una tipica miscela idrocarburica (rapporto tra la temperatura di fiamma e la temperatura ambiente). Il che si tradurrebbe, considerando un volume di infiammabile da innescare non inferiore a 0,1 m3, in un fronte di fiamma di quasi un metro cubo. Peraltro gli effetti di un Flash fire derivante da una nube di vapori adiacenti ad una pozza di liquido infiammabile possono comportare aggravi di rischio particolarmente significativi rispetto al Flash generato dalla sola presenza di gas infiammabile leggero. Maggiori dettagli, in questo senso, sono rinvenibili nel capitolo 8 del testo RAE[2] (…)”.

Ed è proprio su questo argomento che la nuova IEC 60079-10-1:2020 appare radicalmente innovativa poiché il nuovo art. 4.4.2 così si esprime:

“The criteria for a zone NE classification should be based on the following factors:

    1. Ignition would not result in sufficient pressure to cause harm either due to the pressure wave or due to damage that could cause flying objects or particles e.g. broken glass from windows.
    2. Ignition would not result in sufficient heat to cause harm or a fire from surrounding materials.
    3. For gas distributed at pressures above 1000 kPag (10 barg) consideration shall be given to a specific risk assessment
    4. A zone NE shall not be applied to gas distributed at pressures above 2000 kPag (20 barg) unless a specific detailed risk assessment can document otherwise”.

…quasi mi avessero letto nel pensiero…

Non è certo così, ma mi piace pensarlo.

Nell’attesa di approfondire online il nuovo tema connesso alla NE contenuto nella terza edizione dello standard di classificazione, proviamo ad indicare un paio di chiavi di lettura relativamente ai punti in ombra presenti nella seconda edizione. Vogliamo cioè rispondere alle seguente domanda:

“Qual è il reale limite sotto il quale considerare Non Estesa (NE), e quindi con ALTO GRADO DI DILUIZIONE[3], una zona a rischio di esplosione secondo EN 60079-10-1:2015?”

L’allegato C.3.5 (cfr. Ed. 2), specifica quanto segue: “Il grado di diluizione è ottenuto trovando l’intersezione tra i rispettivi valori individuati sugli assi verticale e orizzontale. La linea che divide l’area del grafico tra la ‘diluizione alta’ e la ‘diluizione media’ rappresenta un volume infiammabile di 0,1 m3 così che ogni intersezione sulla parte sinistra della curva implica un volume infiammabile ancora più piccolo[4].

[“The degree of dilution is obtained by finding the intersection of respective values displayed on horizontal and vertical axis. The line dividing the chart area between ‘dilution high’ and ‘dilution medium’ represents a flammable volume of 0,1 m3, so any intersection point left to the curve implies an even smaller flammable volume”]

Esisteranno quindi infinite coppie di valori [Wg*; uw] che delimiteranno la zona ad ALTA diluizione da quella a MEDIA.

Qualche esempio di velocità dell’aria uw correlata a specifiche portate di emissione Wg* caratterizzanti la transizione tra diluizione MEDIA ed ALTA Eccoli:

  • Wg* = 0,001 m3/s -> uw = 0,0135 m/s
  • Wg* = 0,005 m3/s -> uw = 0,068 m/s
  • Wg* = 0,03 m3/s -> uw = 0,41 m/s
  • Wg* = 0,4 m3/s -> uw = 5,41 m/s

Chiediamoci, ora:

Come è stato costruito il diagramma logaritmico in base al quale si stabilisce l’aggravio o l’attenuazione del rischio nella classificazione delle zone a rischio di esplosione?”

Tutto parte da un ripensamento complessivo del concetto di Vz (volume ipotetico di atmosfera esplosiva) presente nella norma EN 60079-10 fin dal 1996. Tale nuovo approccio, innovativo rispetto alla canonica interpretazione data in tutti i documenti dell’IEC, del CENELEC e del CEI dal 1996 al 2012, venne elaborato proprio nel 2012 da Predrag Persic (Persic, 2012[5]).

Successivamente la Commissione Elettrotecnica Internazionale adottò tale mutazione di paradigma e la pose a fondamento della seconda edizione dell’IEC 60079-10-1 (quella del 2015), preferendola all’interpretazione data dall’HSL nel 2005 che conteneva, ad essere sinceri, un giudizio forse troppo severo sul parametro Vz:

“(…)  The British Standard contains a methodology for the estimation of this cloud size which is of unknown origin and dubious accuracy (…)”

In fondo quando venne concepita la metodologia di calcolo del Vz, utilizzata peraltro con profitto per due decessi, la simulazione CFD di cui si servì l’HSL per confutare il Vz, era molto di là da venire per applicazioni connesse alla classificazione delle zone a rischio di esplosione.

Lo è tuttora, peraltro

La sintesi del nuovo approccio al Vz è riepilogato nella figura seguente (Fonte: Persic, 2012) in cui il volume dell’atmosfera esplosiva ha una forma conica, quella che ci si può ragionevolmente aspettare da qualsiasi rilascio passivo da una sorgente puntiforme in presenza di ventilazione ambientale. Solo in rari casi, come in presenza di forte vento, la nube di gas infiammabili potrebbe assumere forme differenti (es. una forma cilindrica).

Questo approccio è incluso pure nella nuovissima IEC 60079-10-1:2020; è sufficiente consultare la figura 1 del nuovo standard per averne contezza.

In particolare, nell’articolo di Persic si correla, attraverso un approccio basato su equazioni di continuità, il Vz alla velocità locale dell’aria attraverso la seguente relazione:

Per il significato dei simboli si faccia riferimento alla pubblicazione citata, alla EN 60079-10:1996 ed alla EN 60079-10-1:2015.

La retta (in diagramma Log-Log) che separa la zona ad ALTA da quella a MEDIA diluizione è quindi semplicemente ottenibile assumendo una opportuna costante Ф e imponendo il valore Vz = Vz,NE uguale a 0,1 m3.

In questo senso la costante Ф è stabilita dalla norma EN 60079-10-1:2015 (e dalla successiva IEC 60079-10-1:2020) pari a cinque.

Tutto bene insomma? Abbiamo scoperto la relazione posta alla base del diagramma C.1, EN 60079-10-1:2015?

Più o meno.

Il Persic, infatti, suggerisce di adottare la seguente equazione per il calcolo di Ф:

Assumendo il valore φ = 30° al vertice del cono di rilascio [range compreso tra 22° e 60°][6] si ottiene per il parametro Ф il valore di 0,74, circa sette volte inferiore a quello fatto proprio dalla norma.

A questo proposito viene specificato nel paper che:

“(…) il coefficiente Ф dovrebbe essere determinato preferibilmente attraverso la modellazione di CFD, supponendo che possa assumere valori diversi per diversi scenari di rilascio. In ogni caso, il valore di 0,74 proposto (…) è una buona approssimazione da assumere in prima istanza”

È credibile che nell’ambito dei lavori di simulazione CFD svolti dal sottocomitato tecnico IEC/TC 31J si sia giunti a stimare una costante differente rispetto a quella proposta nella pubblicazione scientifica di partenza per ragioni che ad oggi non mi sono note.

In conclusione appare evidente che il concetto di Vz è ancora bene presente all’interno dello standard di classificazione, pure se interpretato e calcolato con modalità e forme differenti rispetto agli “albori”.

Proposta di esercizio: vogliamo provare a calcolare quale sia il volume Vz adottato da normate per definire il discrimine tra zone a MEDIA e BASSA diluizione? Vi va?

Alla prossima!

Ciao

Marzio

[1] Utilizzeremo una piattaforma web

[2] Marigo M. (2017), Rischio Atmosfere Esplosive ATEX, WKI-IPSOA

[3] La condizione di ALTA diluzione pur non essendo sufficiente ad ottenere zone NE è tuttavia condizione necessaria

[4] Il valore di 0,1 m3 verrà di seguito indicato come Vz,NE

[5] P Persic, Hypothetical Volume of Potentially Explosive Atmosphere in the Context of IEC Standard 60079-10-1, Ex-Bulletin, Croatia 2012. Vol 40, 1-2

[6] Nota Persic: “Objection could be submitted that the coefficient Ф is not well defined and that it requires a proper empirical validation.Nevertheless, under some reasonable premises, it can be assumed on the safe side. E.g., we know for sure that the spatial angle of jet/plume expansion is somewhere between 22° and 60° depending on the release conditions and that the gas concentration at the periphery must be quite negligible”

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CEI EN 60079-10-1:2020

È giunto il giorno.

È stata pubblicata la terza edizione della norma sulla classificazione delle zone a rischio di esplosione per presenza di gas e vapori infiammabili.

Se ne sentiva la necessità? A mio parere si.

La seconda edizione è stata una rivoluzione e ci sono stati parecchi dubbi di interpretazione soprattutto a causa dell’assenza di linee guida di supporto.  Questi sono stati via via risolti con l’applicazione e l’esperienza.

La terza edizione della IEC 60079-10-1 consente, a bocce ferme, di ritornare sugli argomenti dubbi permettendo un loro chiarimento e/o ampliamento.

Alcune anticipazioni/novità:

    • l’esclusione per i gas infiammabili a bassa pressione è stata modificata;
    • la definizione di non estensione NE è molto più articolata;
    • non è più presente un’indicazione di velocità minima all’interno degli ambienti chiusi;
    • non è più presente il coefficiente di sicurezza k di sicurezza sull’LFL con importanti ripercussioni in tutta la metodologia di classificazione;
    • viene esplicitamente specificata una distanza minima di classificazione
    • alcune equazione di emissione sono modificate;
  • e (davvero) molto altro…

Per chi intenda cominciare a conoscere e familiarizzare con le importanti modifiche introdotte dalla IEC 60079-10-1:2020, ricordando che comunque è la seconda edizione ad essere tutt’ora vigente, lo Studio di Ingegneria Marigo organizzerà per l’inizio del prossimo anno una serie di webinar di aggiornamento e commento dedicati all’innovazione di questo articolato e specifico standard normativo.

Stay tuned!

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Ma li conosciamo davvero i gas infiammabili?

Quanto pesa un gas?

E quanto pesa un gas infiammabile?

Questa è una delle domande maggiormente dirimenti per chi si occupa di sicurezza di processo. Discuto di atmosfere esplosive ma non solo. Pensiamo solo agli scenari connessi all’inertizzazione, all’accesso a spazi confinati, alle metodologie di monitoraggio e controllo, agli aspetti di rilascio e dispersione. E a molto altro ancora.

Insomma, la comprensione di quanto “pesi” un gas appare di rilevanza capitale in ogni valutazione di rischio.

Il problema, tuttavia, non si limita ad identificare il valore assoluto del parametro di densità ma si estende alla relazione tra questo e la densità dell’aria. Cioè un banale numero adimensionale maggiore, minore o uguale all’unità dal quale dipende la sicurezza delle persone.

Precisazione: quella che di seguito andremo a discutere è la densità relativa all’aria di un gas DOPO le vicissitudini di emissione. Non necessariamente, infatti, gas leggeri, se rilasciati allo stato liquido, generano nubi “leggere”. Mentre infatti è facilmente intuibile la formazione di nubi dense e pesanti dovute a pozze liquide in ebollizione a temperatura ambiente di propano, butano, cloro lo è meno nel caso dell’LNG e dell’ammoniaca. Chiusa la precisazione.

Come stabiliamo, dunque, se a condizioni atmosferiche la densità di un gas è maggiore o minore rispetto all’aria (disidratata)? Grazie a questa formula studiata da tutti noi in prima o seconda superiore:

Poiché pa [101325 Pa], Ta [293 K] ed R [J/(kmol K)] sono uguali per tutte le valutazioni, il parametro chiave è M, la massa molare che nel caso dell’aria è pari ad M,aria = 28,94 g/mol.

Tutti i gas che possiedono un M maggiore dell’M,aria saranno più pesanti della medesima. E viceversa.

Giunti a questo punto, partiamo dalla cosa più semplice: quanti sono i gas che sono più leggeri dell’aria, ovvero che possiedono massa molare inferiore a 28,94 g/mol?

Risposta: 16, quelli di seguito elencati.

  1. Idrogeno [H2; 0,07]
  2. Elio [He; 0,14]
  3. Gas di cokeria [Miscela di gas; 0,39]
  4. Gas di città [Miscela di gas; 0,46 – 0,51]
  5. Gas naturale [Miscela di gas; 0,5 – 0,65]
  6. Metano [CH4; 0,55]
  7. Ammoniaca anidra [NH3; 0,59]
  8. Fluoruro di idrogeno [HF; 0,69]
  9. Neon [Ne; 0,70]
  10. Litiometile [LiCH3; 0,76]
  11. Acetilene [C2H2; 0,90]
  12. Cianuro di idrogeno [HCN; 0,93]
  13. Diborano [B2H6; 0,96]
  14. Monossido di carbonio [CO; 0,97]
  15. Azoto [N2; 0,97]
  16. Etilene [C2H4; 0,97]

Peraltro, se vogliamo focalizzarci sui soli gas infiammabili il numero si riduce a 12 (quelli in grasseto sono infatti inerti).

C’è da aggiungere che la categoria dei gas leggeri infiammabili propriamente detti contempla i soli gas/miscele che possiedono un rapporto di densità con l’aria inferiore a 0,8[1]. Con questa definizione riduciamo ulteriormente la coorte a soli 6 gas dei 16 di partenza (il litiometile è, infatti, chimicamente instabile e per questo non computabile in ambito ATEX).

Se vogliamo poi rapportare questo numero alla totalità dei gas infiammabili noti (facendo esplicito riferimento alle 314 tipologie riportate in CEI 31:35:2012) scopriamo che i gas leggeri sono solo l’1,9% del totale dei gas infiammabili pericolosi.

uno virgola nove percento

Come del resto si comprende chiaramente dalla figura seguente.

Quanto sopra esposto è sufficiente per affermare che i gas leggeri sono poco rappresentativi del rischio dovuto ad atmosfere esplosive?

No, certo che no.

I gas leggeri (idrogeno, gas naturale, ammoniaca e acetilene), pur essendo una frazione limitatissima dell’universo potenziale, trovano applicazioni estremamente diffuse ed estese.

Riepiloghiamo?

Utilizzando il database CEI 31-35:2012 i gas sono suddivisibili nelle seguenti classi:

        • Gas leggeri (densità relativa all’aria inferiore a 0,8) = 6
        • Gas passivi (densità relativa all’aria compresa tra 0,8 e 1,2) = 12
        • Gas pesanti (densità relativa all’aria superiore ad 1,2) = 296

I gas pesanti[2] sono molti e si ritrovano, in ambito industriale, in parecchie applicazioni differenti, specifiche e frazionate. I gas leggeri, per converso, sono molto meno numerosi ma hanno applicazioni molto più estese e trasversali.

I gas leggeri sono “orizzontali”

I gas pesanti sono “verticali”

Ed ora, giunti alla fine di questo strano post, un piccolo test: “si elenchino, per densità via via crescente, i sei gas infiammabili leggeri discussi in precedenza”.

Ci siamo riusciti?

Bene, lo scopo è stato raggiunto.

Alla prossima e… buone festività ai miei due lettori. Che saranno certamente anomale. Ma che saranno certamente festività.

Marzio

[1] Per converso si definiscono vapori più pesanti dell’aria a partire da rapporti di densità superiori ad 1,2. Densità relative comprese tra 0,8 e 1,2 hanno comportamenti tipicamente passivi e molto influenzati dalle condizioni atmosferiche (es. inversione termica, presenza di piccole correnti ascensionali, ecc.)

[2] Attenzione a non confondere il concetto di gas pesante, applicabile in ambito ATEX, con quello di gas denso, connesso alla modellazione di dispersione ingegnerisca di tipo SLAB. Non sempre infatti i gas con massa molare più bassa dell’aria sono gas leggeri e non sempre i gas con peso molecolare superiore all’aria sono gas densi. Un parametro importante, in questo senso, è rappresentato dalla temperatura dell’emissione. Inoltre, la presenza di una emissione spray può rendere il gas denso dato che l’evaporazione delle nebbie disperse sottrae calore al gas emesso facendolo raffreddare.

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Relazione ATEX tenuta al convegno mcT del 18/11/2020

Mercoledì 18/11/2020 si è tenuto uno tra gli eventi italiani più importanti di area safety, l’mcT. In tale ambito vi era una sezione dal tema: “ATEX, sicurezza e sostenibilità per gli impianti industriali” alla quale ho avuto il piacere di essere invitato.

La cosa è stata particolarmente interessante soprattutto per l’ampia partecipazione di persone interessate al tema.

Circa 650 collegamenti singoli durante l’intervento da me tenuto avente come titolo: “Classificare con CEI EN 60079-10-1:2016 e senza CEI 31-35: si può fare?

Questa è la prima slide della presentazione.

Chi volesse l’intero intervento mi invii pure la propria mail, oppure lasci un commento qui sotto, che provvedo ad inoltrarlo. Consideratelo il regato di Natale (in anticipo) dello Studio di Ingegneria Marigo.

A presto!

Marzio

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LA SICUREZZA DI MACCHINE E IMPIANTI DI PROCESSO (FAD sincrona, 9, 10, 23, 24 novembre 2020)

Organizzazione: Ordine degli Ingegneri della provincia di Pordenone
Durata: 8 h complessive [16-18]
 
Programma
✔️ Studio di casi “maestri” [2h]
✔️ Tecniche di valutazione del rischio (a matrici, FMEA, FTA, HAZOP) [2h]
✔️ La manutenzione orientata all’affidabilità [2h]
✔️ Direttiva macchine e sua applicazione agli impianti industriali [2h]
Domande al relatore e test finale
 
La partecipazione al corso darà diritto ad acquisire:
– 8 ore di aggiornamento ASPP/RSPP
– 8 ore di aggiornamento per Coordinatori della Sicurezza nei cantieri
– Crediti formativi professionali*
 
*Per gli iscritti agli Ordini e Collegi aderenti secondo i propri regolamenti
 
Per iscriverti clicca QUI
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SECONDA EDIZIONE (gennaio-febbraio 2020)

Sto lavorando alla seconda edizione dell’ebook, pubblicato con l’editore Wolters Kluwer Italia, che si occupa di dare applicazione alla Norma CEI EN 60079-10-1:2016 inerente la classificazione delle zone a rischio di esplosione per presenza di gas e vapori infiammabili.

Questi ultimi due anni sono stati particolarmente proficui e hanno consentito di sciogliere molti dei nodi che l’entrata in vigore di questo standard normativo ha portato con sé.

Uscirà all’inizio del prossimo anno.

Stay tuned.

🙂



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Covidcose e scuola

In luoghi scarsamente ventilati, con alta densità di persone, nei quali si trascorre molto tempo parlando, utilizzare una protezione delle vie respiratorie dovrebbe essere reso obbligatorio.
Questo è quanto dice la letteratura scientifica sul tema.
In una classe gli allievi/e e l’insegnante DEVONO utilizzare la mascherina.
SEMPRE.
La scelta di affidarsi all’amuleto del metro di distanza (al chiuso), oltre ad essere difforme dallo stato dell’arte sull’argomento, causerà grossi problemi nel breve-medio periodo.


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La legge di Zipf e la sicurezza di macchine e ATEX

Riprendo a postare dopo l’interruzione estiva con l’augurio, per tutti noi, che la distopia nella quale siamo immersi da sei mesi (almeno) riesca a risolversi.

E lo faccio partendo da George Kingsley Zipf, un linguista di Harvard che visse nella prima metà del ‘900. Egli passò alla storia per aver notato una relazione tra i vocaboli presenti negli scritti e la loro frequenza. Correlando tali vocaboli in un istogramma si accorse che questi, al posto di formare una lunga discesa, dal più al meno frequente, si comportavano in modo anomalo.

Si presentava, il diagramma, con una bella scarpata iniziale successiva ai primi vocaboli e poi, a seguire, un lungo, lunghissimo falsopiano.

Tecnicamente una “coda lunga”.

In un nomogramma log-log una specie di retta.

Questa legge, apparente strana, dimostra peraltro la propria validità in moltissimi ambiti. Per esempio:

  • la dimensione delle isole;
  • la distribuzione del reddito in una popolazione;
  • il periodo di tempo di permanenza di una Hit musicale in classifica;
  • la grandezza degli allegati nelle mail.

Molto altro.

In altri termini, come già scoprì Vilfredo Pareto nel 1895 con la distribuzione dei redditi in un sistema sociale, esisteranno pochi fattori realmente playmaker in un sistema, e moltissimi altri con influenza via via decrescente.

Il problema, nell’ambito della sicurezza delle macchine e nel rischio di esplosione, consiste nell’individuare le principali variabili la cui modifica potrebbe influenzare in modo critico il sistema.

Tutto a “posto” quindi?

Applichiamo la regola 80-20, 20-80 e dormiamo sonni tranquilli?

…”direi di no”…

Quella presentata è una visione un po’ antica che ha portato alla creazione dei totem inscalfibili ben rappresentati dalla piramide di Heinrich sulla quale mi sono già dilungato in passato.

Una visione “statica” della sicurezza sul lavoro

Esistono situazioni, molte situazioni, nelle quali le variabili in gioco manifestano un forte accoppiamento interattivo (la NAT, Normal Accidents Theory, con tutti i suoi limiti). In situazioni ordinarie le variabili apparentemente non sono tra loro correlate, sotto stress lo divengono inaspettatamente e cambiano in modo radicale il paradigma rispetto al quale si sono fondate le strategie di sicurezza dell’impianto. Creando, involontariamente, delle Linee Maginot tecnologiche. Per esempio:

  • linee di minor resistenza seguite dalle persone per svolgere i loro compiti;
  • barriere invisibili che, in caso di modifica al processo, svaniscono materializzando vulnerabilità catastrofiche;
  • differenze tra il lavoro realmente svolto e quello immaginato in sede di valutazione;
  • presenza di una cultura della sicurezza occulta ma parallela a quelle ufficiali;
  • reazioni chimiche fuggitive;
  • assenza di gestione delle modifiche;
  • assenza di manutenzione preventiva in impianti critici (e non critici);
  • scomparsa degli invisible assets postulati da Itami, magari a causa di ristrutturazioni e/o riorganizzazioni del personale;

sono pochi esempi di potenziale presenza di complessità interattiva.

Dimenticavo all’elenco: le pandemie dovute a SARS-CoV-2.

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Webinar: Teoria e pratica nel calcolo degli effetti prevedibili dell’esplosione. Progettare i sistemi di protezione contro le esplosioni

Data: 22/9/2020

Ore: 9:00-13:00

Docente: Ing. Marzio Marigo

Introduzione: Il Titolo XI, D.Lgs. n. 81/2008 prevede che il datore di lavoro, nell’ambito della valutazione del rischio di esplosione, ove non sia praticabile la prevenzione dell’ATEX né la completa prevenzione degli inneschi, ponga in essere misure di protezione degli impianti che consentano l’esercizio dei medesimi sia pur in condizioni di “esplosione tecnicamente attesa”. È previsto, peraltro, che gli effetti dell’esplosione siano studiati ed approfonditi anche con l’ausilio di metodi semiquantitativi. Il seminario, previsto “in presenza” prima dell’emergenza Covid 19, tratterà di questi argomenti online in modalità sincrona. L’organizzazione e realizzazione dell’attività avviene con il supporto della società TRECON Srl di Ancona.

Contenuti:

  • I parametri fondamentali di innesco. Quantificazione e contestualizzazione alle realtà industriali
  • Le strategie di protezione previste dalla normativa tecnica e dai disposti di legge
  • Approndimento su: sistemi di isolamento, venting, HRD
  • Forme di esplosione e suoi effetti
  • Introduzione ai criteri base di calcolo degli outcome: Tritolo Equivalente (TNTeq), TNO Multienergy

Crediti formativi: 4 ore valide come aggiornamento RSPP/ASPP, CSE/CSP, RLS, DDL SPP, dirigenti, preposti

Costo: 100 € + IVA

Modalità di erogazione: webinar sincrono

Informazioni ed iscrizioni: v.marchesi@trecon.it

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