Rischio incendio ed esplosione: la regola tecnica verticale ATEX

Il rischio d’esplosione può essere considerato un sottoinsieme importante dell’ampio capitolo legato alle problematiche di prevenzione incendi. A volte un incendio può evolvere in esplosione e, con modalità simmetriche, è possibile che da un’esplosione si generi un incendio.

Gli scenari incidentali d’incendio ed esplosione sono tra loro intrinsecamente connessi sia nei prodromi, sia negli effetti, e bene ha fatto il DM 3 agosto 2015 a tenerne conto con il Capitolo V.2. Quella che segue sarà una disanima, commentata, delle principali caratteristiche della Regola Tecnica Verticale n.2 (d’ora in poi RTVA, dove “A” sta per ATEX) introdotta con il DM citato.

Per chi volesse approfondire: Marigo M. (2017). Rischio incendio ed esplosione: la regola tecnica verticale ATEX. Igiene & Sicurezza sul Lavoro, ISL. 12/2017. pp. 585-592

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ATEX, serbatoi & risposte

La scorsa settimana ci eravamo lasciati con un problema aperto al quale ora cercherò di dare risposta. La soluzione passerà necessariamente attraverso una simulazione di calcolo (ed è esattamente in questo punto che perderò, probabilmente, due dei miei tre lettori).

Per le simulazioni utilizzeremo le equazioni della tensione di vapore proposte dal Perry’s Handbook. I limiti superiori di infiammabilità (UFL) saranno invece estrapolati dalla scheda di sicurezza del fornitore della miscela, un po’ datata per la verità (2003). Ad un’analisi più approfondita la MSDS si rifà al database presente nello Yaws Chemical Handbook del quale qui si può leggere un breve estratto (tratto da: Crowl, D. A. (2010). Understanding explosions. John Wiley & Sons).

Tutto bene quindi?

L’interno del serbatoio si può definire in “regime di saturazione dei vapori” e non ci pensiamo più?

Non proprio.

Per tutta una serie di ragioni che riepilogherò alla fine.

Nella realtà abbiamo svolto i calcoli con UFL “vecchi”, diciamo così. L’ultima revisione della IEC 60079-20-1 restituisce, a questo riguardo, i valori che riporto di seguito.

All’interno del serbatoio, con i dati aggiornati alle migliori fonti di informazione ora disponibili, i vapori saturi in equilibrio non superano l’UFLmix e non si può quindi escludere la presenza di ATEX durante il funzionamento ordinario del serbatoio.

Vogliamo provare a vedere ciò che risulta se utilizzassimo i valori di tensione proposti in CEI 31-35? Lascerei stare per le ragioni che ora sono più evidenti.

Cosa possiamo quindi concludere da questo paio di calcoli svolti senza fare riferimento ad alcuna situazione a me nota?

Alcune cose, direi, che riepilogo alla rinfusa:

  • è possibile che all’interno di un contenimento di infiammabili la miscela non sia innescabile almeno durante il normale esercizio (no zona ATEX quindi? Oppure si? Di che tipo? Come classifichiamo?);
  • è possibile che i calcoli, in tali casi, possano essere svolti con tecniche imprecise o non facendo riferimento a basi dati affidabili (e no, la scheda di sicurezza di dieci anni fa non va bene);
  • per il servizio di prevenzione e protezione il riferimento deve essere sempre quello della “migliore tecnica disponibile”. E quindi metodiche di calcolo precise e schede di sicurezza aggiornate;
  • le schede di sicurezza devono essere complete ed aggiornate: questo vale sia per chi le schede le fornisce sia per chi le schede le fruisce;
  • è sempre necessario adottare un adeguato margine di sicurezza su ciò che stimiamo. La nuova CEI EN 60079-10-1:2016, per esempio, può richiedere coefficienti di sicurezza che portano a dimezzare l’LFL e l’UFL di calcolo (k compreso tra 0,5 e 1). Per emissioni di grado continuo l’edizione del 2010 del medesimo standard indicava un coefficiente di sicurezza pari a 4;
  • attenzione alle valutazioni fatte sui valori medi di temperatura e pressione. A volte è necessario ricorrere a simulazioni che comprendano l’intero scenario di variabilità del processo. A questo proposito cito il riferimento IEC TS 60079-43:2017 (Equipment in adverse service conditions);
  • valutazioni di questo tipo possono richiedere la determinazione della Temperatura Limite Superiore di una miscela (introdotta per la prima volta dal Louis Medard) che spesso non viene inclusa nei database di valutazione (si veda la Figura 7 in questo documento dell’INRS);

Ultima, ma non ultima considerazione: possono certamente verificarsi condizioni di saturazione dei vapori all’interno di un serbatoio ma non scordiamoci che, poiché stiamo discutendo di un serbatoio atmosferico, esisterà una valvola di sfiato nelle adiacenze della quale la concentrazione passerà da un valore superiore all’UFL ad una valore tecnicamente nullo all’esterno della medesima. La miscela, cioè, attraverserà, per un volume più o meno consistente (e da valutare), il campo di esplosione LFL-UFL. Con le potenziali conseguenze del caso.

Alla prossima!

Ciao

Marzio

© Marzio Marigo

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Corso sulle novità in tema d’ATEX, le iscrizioni sono aperte: Rischio Atmosfere Esplosive ATEX. Le novità recenti, i metodi e le applicazioni (Bologna, 23/2/2018)

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Un po’ di Memento. E un po’ di me

Cominciai ad occuparmi di sicurezza sul lavoro circa vent’anni fa. Era il 1997 e sentivo l’esigenza, dopo l’università e dopo un paio d’esperienze di lavoro dipendente, di costruire e di fare qualcosa, magari studiando quanto già fatto da altri e cercando, ove ne fossi stato capace, di migliorarlo.

Avevo imparato molte cose nel mio percorso di studente universitario ma ne sapevo fare molto poche. Le esperienze, prima in un’azienda metalmeccanica e poi in una multinazionale dell’energia, furono Maestre in questo. Un approccio, in entrambi i casi, agli antipodi rispetto a quello universitario italiano basato, in grande parte, su una specie di “filosofia della tecnologia”: pochi laboratori, molta “theoria” d’aula.

Ce ne sarebbe da dire.

Forse un giorno…

Insomma, cominciai per la prima volta ad occuparmi di sicurezza sul lavoro in una tipica e dinamica azienda del tessuto produttivo del Nord-Est italiano.

Un po’ di sicurezza sul lavoro (il correttivo del D.Lgs. n. 626/94 –il D.Lgs. n. 242/96–  era stato da poco emanato), un po’ di direttiva macchine (l’entrata in vigore del DPR n. 459/96 era recente), un po’ di dimensionamento di strutture in acciaio e un po’ protezione d’impianti contro il rischio di esplosione.

Quello era il mio ruolo aziendale e per questo venni assunto.

Tuttavia, poiché negli ambiti descritti mi portavo in dote la sola competenza in tema progettazione delle strutture d’acciaio (un ingegnere “fa calcoli”, giusto?), cominciai a documentarmi sul tutto il resto (spesso dopo il lavoro, studiando la sera).

Letteratura e normative USA e UK per quanto riguardava la protezione contro le esplosioni. E testi italiani, scritti da giuristi, che affettavano e sezionavano ogni articolo della[1] legge “626” e della “Direttiva Macchine”.

La realtà, al di fuori dell’oasi ovattata dell’ambiente universitario, la scoprii costellata di leggi di stato, di normative tecniche, di comprensione delle dinamiche organizzative tra persone.

Mi veniva chiesta una miscela tra “hard skill” e “soft skill” che non possedevo.

Non fu facile per chi, come me, era persuaso che la professione di ingegnere si limitasse allo studio del problema tecnico, alla costruzione del modello matematico relativo e alla sua risoluzione esplicita o numerica.

Di più.

Trovai che quasi nulla di quello che mi veniva richiesto era riconducibile a sistemi di matrici o a schemi strutturali (nei quali, detto tra noi, mi sentivo un fenomeno).

Ma forse sto divagando un po’ troppo.

In questo Oceano Atlantico fatto di normative in tema di sicurezza sul lavoro e di sicurezza delle macchine, spiegate e descritte dai più con un linguaggio giuridico a me completamente alieno, ricordo una sola scialuppa di salvataggio che m’aiutò all’epoca (e senza la quale avrei navigato ancora per chissà quanto prima di trovare un approdo sicuro): era il Memento pratico di salute e sicurezza sul lavoro edito da Ipsoa-Francis Lefebvre‎ e scoperto casualmente in una libreria professionale della mia città.

Me lo portavo ovunque. Una specie di coperta di Linus a forma di libro.

Lo consumai. Presi appunti in molte delle pagine di quel manuale con la copertina gommosa e un po’strana.

È anche grazie a Memento che riuscii a costruire la mia professionalità un po’ anomala.

Ed è per questo che, 15 anni dopo, quando la Direttrice Editoriale di Memento, Raffaella Martini, mi chiese di poter collaborare con la sua efficientissima Redazione al rinnovo dei contenuti del testo, accettai con entusiasmo e senza pensarci nemmeno un po’.

L’opera mi pareva enorme, vista con il senno di allora, ma avevo necessità di restituire i mille insegnamenti e i mille aiuti che Memento mi aveva elargito nel corso degli anni.

E arriviamo all’oggi…

L’edizione del 2017 è la terza che viene pubblicata (anche) con il mio minimo aiuto all’interno di un’opera corale.

E sento di ringraziare, oltre naturalmente alla già citata Direttrice Editoriale, anche l’intera Redazione Lavoro con la quale ho interagito, con un particolare riferimento ad Elisa Canali.

Paziente (davvero tanto!) e precisa nel rimettere ordine agli scritti inviati.

L’augurio è che Memento pratico di salute e sicurezza sul lavoro, nella sua attuale edizione, sia utile alla nuova generazione di specialisti della sicurezza, oggi, come lo è stato per me, allora.

Sarebbe questo il più bel regalo.

Alla prossima!

Marzio

PS – Ricordo, agli ATEX addicted, l’evento di Bologna del 23/02/2018.

[1] All’epoca si discuteva “della sei-due-sei” al femminile anche se, essendo un decreto legislativo, era “maschio”. Più corretto, quindi, “il sei-due-sei”.

© Marzio Marigo

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Rischio Atmosfere Esplosive ATEX (III Edizione)

È da pochi giorni in libreria la terza edizione di “Rischio Atmosfere Esplosive ATEX”.

Un manuale nato più di otto anni fa, ormai.

Un libro che ho cercato, fin dall’inizio, di “progettare” e “costruire” per essere un ausilio concreto e per dare un senso tecnico reale alle assunzioni comunemente adottate quando si lavora con le ATEX (ATmosphères EXplosibles).

E per poter “dare senso” all’ATEX ho avuto necessità di pormi domande.

Tante domande.

E ascoltare e comprendere le domande altrui: durante i corsi di formazione seguiti o tenuti, nel corso di sopralluoghi agli impianti, a seguito di quesiti a me sottoposti (tecnici, ingegneri, organismi di vigilanza e controllo), nel confronto con colleghi (consulenti, progettisti, processisti), in rete[1], dopo accadimenti incidentali, nei manuali studiati, nelle norme seguite.

…domande…

Moltissime domande che necessitavano di risposte adeguate e non limitate al veloce e, a volte, superficiale: “Lo dice la norma”.

Avvertivo la necessità di uno sfondo di principi di base ai quali agganciarsi per potere legare in una comune narrazione le scelte che quotidianamente facciamo.

I rilasci di infiammabili e la loro successiva dispersione, la possibilità di prevenirli in modo efficace oppure, per converso, l’esigenza di proteggere le persone dagli effetti di combustioni accidentali: tutte scelte che non possono essere improvvisate o affrontate unicamente con un approccio normo-tecnico.

E non è nemmeno ammissibile, a mio “davvero” modesto parere, l’avvicinarsi a norme tecniche complesse, rappresentanti il miglior compromesso possibile del sapere condiviso, senza una adeguata preparazione di base.

Ogni equazione, ogni assunzione contenuta in una norma tecnica è il frutto di discussioni e confronti tra pari, tra tecnici di livello.

Perdersi il percorso teorico e sperimentale che conduce un gruppo di specialisti a scegliere un approccio risolutivo piuttosto che un altro significa precludersi la comprensione profonda di quanto ci viene messo a disposizione dai normatori.

E porta a confondere la mappa (le norme e le leggi) con il territorio (la chimica-fisica, le opzioni di rilascio, le specifiche tipologie di impianto, la conoscenza storica di eventi incidentali, ecc.).

“Parigi” possiamo dire di conoscerla solo se, passeggiando, ci siamo persi (più volte!) tra le sue vie. Non certo se abbiamo acquistato l’ultima edizione della Lonely Planet.

Lo specialista dell’argomento non può essere un semplice “turista” della norma.

Lo specialista in tema di ATEX è un professionista che:

  • unisce e fa sintesi dei propri e altrui errori sul tema specifico[2]; 
  • possiede la conoscenza teorica e la comprensione fisica dei fenomeni;
  • ha contezza e sa applicare le prescrizioni specifiche date dalla normativa tecnica e di legge;
  • sa adattare le soluzioni alla tecnologia impiantistica che valuta;
  • conosce le euristiche spicciole magari apprese dai principali eventi incidentali connessi alla tecnologia che si sta analizzando.

E molto altro, per la verità.

In sintesi, e alla luce del “senno del poi”, questo lavoro è forse la testimonianza, messa in “bella copia”, del mio personale percorso di ricerca indipendente in questo specifico argomento.

Con tutti i limiti ed errori che una tale attività può portare con sé.

Spero possa essere d’aiuto anche ad altri.

Davvero e sinceramente.

Alla prossima!

[1] In alcuni forum, per esempio sicurezzaonline.it del compianto Ing. Zago e “forumfonzar” dell’inossidabile Ing. Ugo Fonzar, troverete un “Marzio” che a volte domanda. A volte risponde.

[2] Un esperto è una persona che ha compiuto tutti gli errori possibili in un campo molto ristretto (Niels Bohr)

© Marzio Marigo

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Rischio Atmosfere Esplosive (III Edizione)

Sto licenziando le ultime bozze. L’immagine qui sotto è l’ultima pagina. Uscirà a settembre.

Some facts.

Capitoli: 11

Pagine: 600

Studio di casi: 16 + 1

Esempi applicativi ed approfondimenti: 74

Tabelle: 162

Figure: 195

Allegati: 8

Come si dice? Ah, si… “Da settembre nelle migliori librerie!”

Marigo M. (2017), Rischio Atmosfere Esplosive (III Edizione), IPSOA Ed., Milano

 

 

 

 

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