Rischio e sua percezione: again

Immaginate per un attimo di vivere in una città di provincia.

Né bella, né brutta.

Con un tasso di disoccupazione e di criminalità medio.

Se aveste necessità di un litro di latte mandereste vostra figlia di sei anni ad acquistarlo nel negozio sotto casa? E se il negozio fosse distante 50 metri da casa? E se la distanza fosse, invece, di 250 metri? E un chilometro? Fareste fare a vostra figlia un chilometro per un litro di latte?

E se invece di un litro di latte, voi foste a letto con una specie di influenza, febbre a 41°C, dolori articolari insopportabili e l’impossibilità di stare lontani dal bagno per non più di cinque minuti, mandereste vostra figlia seienne ad acquistare nella farmacia sotto casa i farmaci che la guardia medica vi ha appena prescritto? E se la farmacia fosse distante da casa 50 metri?… ecc.

Ecco, probabilmente chi legge avrà risposto. E avrà individuato una distanza inversamente proporzionale alla propria percezione di quel rischio specifico (attenzione, discutiamo di percezione del rischio, non di rischio effettivo).

Facendo, nel primo caso come nel secondo, una valutazione dei costi e dei benefici dell’attività.

Qualcuno, in altro ambito, si è spinto a calcolare (con un approccio statistico frequentista), il rischio corso in una giornata tipo da un lavoratore impiegato in un’azienda chimica (Kumamoto, Henley, 1996) e ha derivato lo schema di sintesi seguente.

In realtà il problema è forse più vasto: ad ogni nostra attività quotidiana è connesso un rischio oggettivo ed uno percepito. La percezione personale dei pericoli e delle probabilità ad essi connesse è peraltro variabile da persona a persona, da cultura a cultura, ecc. Purtroppo (e a volte per fortuna) tale valutazione è spesso inconscia. Una valutazione condotta a nostra insaputa (più o meno) dal “Sistema 1″ così come definito da Daniel Kahneman. 

Facciamo un altro esempio? Qualche anno fa a New York (Sunstein, 2004) gli abitanti di alcuni quartieri sostennero una campagna per la rimozione dell’amianto dalle scuole, preoccupati per la salute dei propri figli. Gli esperti, al contrario, concordavano sul fatto che i rischi di cancro derivante dall’esposizione fossero statisticamente limitatissimi (era utilizzato per fini di prevenzione incendi ed era completamente inglobato all’interno delle strutture). Quando si scoprì che la rimozione avrebbe determinato la chiusura delle scuole per diverse settimane e che tale chiusura avrebbe causato inconvenienti ai genitori connessi alla gestione dei propri figli, l’atteggiamento della popolazione cambiò e la rimozione dell’amianto si trasformò in una idea pessima. Quando poi furono resi noti i costi che l’operazione avrebbe comportato, la percezione del rischio dei genitori si allineò a quella degli esperti e non se ne fece più nulla.

Il rischio percepito divenne rischio effettivo.

L’amianto rimase lì dov’era.

I genitori realizzarono una cosa che all’inizio non avevano fatto, una valutazione razionale dei costi e dei benefici.

E, arrivando al terzo esempio, quando un operaio in una piccola azienda lavora su di una pressa con le protezioni disinserite cosa possiamo pensare? Probabilmente, all’opposto del caso precedente, egli percepisce il pericolo derivante dall’operazione molto inferiore rispetto al vantaggio che trae dal velocizzare il lavoro.

Qualche tempo fa, in visita presso una piccola azienda padronale, vidi un lavoratore operare con una calandra (vedi link a pagina 8) intento a profilare delle virole che, collegate tra loro, avrebbero costituito il contenimento di un silos d’acciaio dell’altezza di circa 20 metri.

La mia domanda all’operatore fu: “Ma perché lavora a protezioni sospese?”

La sua risposta: “Perché almeno una volta ogni due-tre ore la virola accidentalmente tocca la fune di emergenza e la macchina si arresta. E sono costretto a lasciare la lavorazione e riarmare il quadro elettrico”.

In questo caso l’operatore fece una sua personale valutazione dei costi e dei benefici. Lavorava a protezioni sospese per evitare di perdere forse cinque minuti ogni due ore.

Non percepiva adeguatamente che poteva, per errore, “calandrarsi” pure le mani e, forse, le braccia.

“Tanto una cosa così non l’ho mai vista succedere” (cit.)

Preciserei: “QUASI mai”.

Il “QUASI”, in questo caso, fa la differenza. Questa persona, tra cinque anni, potrebbe ancora avere le proprie mani integre.

Oppure no.

Insomma il problema, oltre ad essere articolato e complesso tecnicamente, si incrocia con aspetti psicologici (sia personali sia di gruppo). 

Alcune considerazioni a margine:

  • la prima: nessuno consciamente si assume rischi senza avere una controparte in termini di benefici;
  • la seconda: siamo, come esseri umani, incapaci di valutare il parametro “probabilità”, soprattutto quelle di livello minimo. A maggior ragione se la cosa riguarda la nostra sfera personale o di responsabilità/valutazione/azione. Il 2,5% di probabilità di vincita potrebbe essere ritenuto trascurabile se si sta giocando la tombola di Natale. Forse lo sarebbe meno (trascurabile, dico) se si è in attesa della risposta di un esame che indicherà, con la medesima probabilità, la presenza o meno di un linfoma;
  • la terza: in molti ambiti di rischio (impianti a rischio di incidente rilevante, rischio idrogeologico, rischio NaTech, terrorismo, vaccinazioni, ecc.) la valutazione personale non specialistica viene formulata PRIMA a livello emotivo. Solo successivamente la nostra parte razionale entra in gioco ma, spesso, solo per confermare la posizione ormai assunta emotivamente/inconsciamente (l’emotività e l’inconscio sono il “cliente” mentre la razionalità è “l’avvocato”. E l’avvocato è sempre al servizio del proprio cliente, come direbbe Jonathan Haidt). 

Avremo modo di riparlarne.

Alla prossima!

© Marzio Marigo

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Corso sulle novità in tema d’ATEX, le iscrizioni sono aperte (come si dice in queste circostanze? Ah, si: i posti si stanno esaurendo)Rischio Atmosfere Esplosive ATEX. Le novità recenti, i metodi e le applicazioni (Bologna, 23/2/2018)

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UPDATE DEL 12/11/2017, ore 18:20

A seguito dei quesiti formulati nell’ambito delle piattaforme social sui quali il presente post è stato caricato provvedo ad integrare il testo originale con una sintesi delle risposte da me fornite in tali sedi, ringraziando qui, ancora una volta, gli autori delle domande.

Percezione del rischio e gruppo di lavoro. Certamente l’effetto del gruppo di appartenenza sulla percezione del rischio è straordinariamente importante, come dimostra l’esperimento psicologico di Zimbardo, nel quale si evidenzia la drammatica differenza nelle modalità comportamentali, a fronte di uno specifico rischio, da parte di una persona sola rispetto ad un soggetto incluso in un gruppo (il riferimento è quello di stanza che viene invasa da fumo simulando un incendio). Esiste poi l’Asch Conformity Experiment, nel quale si dimostra la tendenza delle persone ad uniformare le proprie opinioni a quelle del gruppo di riferimento (giuste o sbagliate che siano. Le opinioni, dico). Ed infine l’effetto Bystander sul ruolo giocato dalla passività del gruppo verso una richiesta d’aiuto. Ce ne sarebbe da discutere, magari in altro post.

Percezione del rischio e ruolo della direzione. Appare di fondamentale importanza, in un ambito più strettamente lavorativo, una “condivisione di senso” che parta dall’alta direzione e arrivi fino al reparto. Non credo di rivelare nulla di nuovo se dico che i messaggi chiave dell’alta direzione/datore di lavoro giungono fino al reparto in modo inequivoco quando esiste la volontà di trasmetterli (produzione efficiente, velocità nell’eseguire il proprio compito, qualità finale del prodotto, ecc). Tutti i lavoratori sono chiaramente formati in questo, conoscono il loro ruolo all’interno dell’organizzazione. Altri messaggi invece, che possono comprendere anche gli aspetti relativi alla Safety, in qualche modo si perdono per strada nel passaggio TOP-DOWN. O perché non sono stati mai trasmessi oppure perché a livello informale si comprende che non sono “strategici” per l’impresa.

Percezione del rischio e formazione. La parte formativa aziendale sul core business viene condotta in modo efficace, nella maggioranza dei casi “on the job”, e senza dilungarsi in corsi di formazione formalizzati. Per veicolare invece i messaggi afferenti alla sicurezza si organizzano corsi di formazione svolti, nella maggioranza dei casi, in aula, da persone esterne all’organizzazione e in assenza dei vertici locali (es. dirigenti, preposti). Che messaggio si invia così procedendo? Non è che si ottiene un effetto acquario che, in sostanza, accontenta la forma ma nel quale la sostanza è assai poca? Ce ne sarebbe da discutere pure su questo. Parecchio.

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Maslow, motivazione e rischio

Spesse volte accade che nei corsi in tema di sicurezza sul lavoro intervengano psicologi per due motivi principali.

Il primo: lo stress lavoro correlato. Non entro nemmeno nell’argomento. Si è detto, sul tema, tutto e il suo contrario. E non ho nemmeno una posizione chiara in merito.

Il secondo: le motivazioni umane ed organizzative alla sicurezza, spesse volte nell’ambito di corsi inerenti i sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro (SGSL). E cosa c’è di immancabile nella cassetta degli attrezzi che ci si porta a casa dopo un corso di questo tipo? Ovviamente la piramide di Maslow con la quale si fornisce la mappa delle motivazioni al comportamento umano, singolo e/o organizzato, in tema di sicurezza.

Abraham Maslow fu uno psicologo umanista statunitense e le sue teorie ebbero grandissimo successo nell’America anni ’60. Spiegavano (spiegano) in modo semplice e comprensibile uno dei problemi da secoli oggetto di dibattito: cosa c’è dietro la motivazione umana? Peraltro è abbastanza recente la pubblicazione in lingua italiana del saggio che compendia complessivamente la sua teoria: Motivazione e personalità.

Maslow, in estrema sintesi, crea una gerarchia piramidale tra i bisogni umani e postula che, per avvertire la necessità del soddisfacimento dei bisogni apicali della piramide, sia prima necessario appagare le esigenze poste alla base della medesima. Detto in termini un po’ prosaici: prima mangio, poi mi copro e solo allora posso pensare di elaborare la parafrasi sensata di una terzina di Dante.

Così dovrebbe avvenire nella vita sociale, così dovrebbe avvenire negli ambiti lavorativi, così (ancora) dovrebbe accadere nell’ambito della sicurezza sul lavoro.

Ovviamente, come è bene comprensibile, la teoria di Maslow, proprio perché riconduce un problema enorme e complesso ad una narrazione semplice ed immediatamente comprensibile, non può essere corretta. Non a caso è stata nel corso degli anni variamente criticata senza mai giungere, tuttavia, ad una sua completa falsificazione. D’altronde si discute di psicologia e non di fisica quantistica.

Quello che personalmente a me (meccanico di provincia) non torna, sono le seguenti cose tre cosine:

  1. Non credo risponda al vero una scala dei bisogni costante per ogni epoca sociale, economica e di vissuto personale. In fase di crisi e/o incertezza si ha minore tendenza all’apertura, alla volontà di autoaffermazione, rispetto a periodi espansivi. Laura Carstensen, una docente di Stanford, a questo proposito, condusse una ricerca ad Hong Kong prima, durante e dopo il passaggio del controllo politico dalla Gran Bretagna alla Cina. I comportamenti sociali tipici della parte alta della piramide di Maslow, presenti durante in controllo inglese, si abbassarono di livello durante le fasi di incertezza, per poi ripristinarsi quando si comprese che, tutto sommato, la Cina decise di lasciare immutate le dinamiche economiche esistenti.
  2. Il comportamento dei ragazzi è molto spostato verso la parte alta della piramide, a dispetto soprattutto dei bisogni di sicurezza e stabilità. La tendenza al rischio volto al raggiungimento di una propria personale affermazione contrasta non poco con i postulati espressi da Maslow. E non discuto solo di sicurezza sul lavoro, ovviamente.
  3. Per converso, i tipici comportamenti dell’età adulta appaiono molto meno espansivi in termini di socialità e apertura alla novità ricercando molto di più sicurezza sia nelle relazioni sociali come nel rapporto e nelle condizioni di lavoro. In questo ambito, probabilmente, la piramide di Maslow fornisce previsioni più credibili.

Insomma, non diamo per scontato che tutte le “mappe” che ci vengono fornite siano affidabili. Utilizzare le teorie di Maslow per spiegare gli andamenti infortunistici in azienda o per cercare di motivare alla sicurezza il comportamento singolo o dell’intera organizzazione, come ho purtroppo visto fare, potrebbe essere non solo semplicemente inutile.

Ma addirittura controproducente.

PS – No, non nutro particolare acredine verso la specifica forma geometrica.

© Marzio Marigo

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Un nuovo killer chimico

Nel nostro Paese se ne discute ancora poco. Altri sono i rischi che vengono considerati prioritari sia dalle associazioni ambientaliste sia dagli esperti. Tuttavia all’estero sta crescendo la consapevolezza della pericolosità della sostanza che andremo a descrivere, definita “The new chemical killer” dalla comunità scientifica internazionale, così come bene illustra Dario Bressanini nel suo saggio del 2010.

Stiamo discutendo del Monossido di Diidrogeno.

Questa sostanza, al pari di altre magari ugualmente temibili ma bene conosciute, è incolore, inodore ed insapore e può provocare decessi a causa di eccessiva inalazione. Purtroppo gli organi di stampa, sia generalisti sia di settore, hanno dedicato ben poca attenzione a questa sostanza; ritengo pertanto doveroso dare una adeguata informazione, per quanto possibile, in questa sede.

Il Lee’s Loss Prevention in the Process Industries del 2006, uno tra i più autorevoli manuali in tema di sicurezza industriale, riassume bene il problema. Il Monossido di Diidrogeno (o DHMO) è diffusamente utilizzato in centrali elettronucleari ed in molti processi chimici pericolosi. Esso è impiegato pure come solvente industriale ed è, da un punto di vista ambientale, uno dei principali responsabili della formazione delle piogge acide e dell’effetto serra.

Una parte del nostro prezioso patrimonio artistico subisce un costante degrado indotto dal contatto con il DHMO. Purtroppo il Monossido di Diidrogeno percola all’interno delle falde e arriva, da queste, direttamente all’interno delle nostre case attraverso l’acqua della rete idrica comunale, finendo direttamente nel cibo da noi consumato ogni giorno. È impossibile evitare la contaminazione perché, a differenza di altre molecole che possono essere filtrate, il DHMO si miscela intimamente con l’acqua. Esso può causare ustioni anche gravi e se ne trova sempre traccia all’interno di moltissime tipologie di carcinomi solidi e tumori del sangue.

Ecco le informazioni che si rinvengono, sul DHMO, nel più importante manuale che tratta della reattività chimica di sostanze e miscele (Urben P. G., Pitt M.J. (2007), Bretherick’s Handbook of Reactive Chemical Hazards, 7th Edition, Elsevier, p. 1691):

Riepilogando quanto indicato nel Bretherick:

  • Il DHMO reagisce violentemente con alcuni metalli, come il sodio e il potassio, con il fluoro e con alcuni agenti disidratanti come l’acido solforico
  • Forma un gas esplosivo con il carburo di calcio.
  • Si raccomanda di evitare il contatto con materiali di cui non si sia prima verificata la compatibilità.
  • A contatto con il sodio, il DHMO sviluppa gas idrogeno, elemento di cui è ricco, con il forte rischio di esplosioni.

Il DHMO diviene estremamente pericoloso se posto a contatto con l’olio bollente. In queste condizioni può provocare ustioni estremamente gravi alle persone esposte.

Esiste una fortissima resistenza al bando del Monossido di Diidrogeno. Per esempio, in ambiti economici internazionali (Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale), si ritiene che l’eliminazione del DHMO potrebbe causare gravissime implicazioni di difficile gestione e soluzione.

L’opposizione all’eliminazione del DHMO è dovuta anche alle posizioni assunte dalle multinazionali alimentari (produzione di bevande zuccherate, ristorazione fast food). Il DHMO è infatti una componente essenziale nella fabbricazione delle bibite gassate a tutti note ed è un componente presente nella carne utilizzata nei fast food.

Il DHMO è inoltre presente in un’ampia categoria di farmaci; anche in questo caso le aziende farmaceutiche non vogliono consentire il bando di una simile sostanza dai loro prodotti.

Per fortuna, alcune lungimiranti aziende dell’alimentazione possiedono protocolli di fabbricazione che consentono la distribuzione di latte per neonati completamente privi di Monossido di Diidrogeno.

APPROFONDIMENTO

Il Monossido di Diidrogeno è una molecola composta da un atomo di ossigeno e due atomi di idrogeno.

In altre parole, H2O.

In altre parole, ACQUA.

Probabilmente alcuni tra noi non sono caduti nel tranello, avendo un po’ di conoscenze della chimica insegnata nelle scuole superiori.

Altri, invece, hanno ritenuto di aver scoperto una nuova minaccia per la propria e la altrui salute.

Purtroppo nella comunicazione del rischio si incorre, alcune volte, in queste forme sleali di trasmissione delle informazioni.

E’ stato sufficiente creare le opportune condizioni al contorno (citazione di rischi non bene noti, presenza di interessi di multinazionali, fondo monetario internazionale, citazione di tumori, reattori nucleari, processi industriali) per creare un effetto perverso che ha portato alcuni di noi a credere che l’acqua fosse portatrice di chissà quale forma di rischio occulto.

ATTENZIONE: nessun dato presente nella descrizione è falso. Sono tutti tratti realmente dalla letteratura citata. E’ stata modificata solo la veicolazione del messaggio (viene solo citata falsamente la “comunità scientifica internazionale”).

Ecco dunque come si costruisce ad arte una cascata sociale di credenza. Si unisce la tossicologia intuitiva all’euristica della disponibilità, di cui discuterò in un altro post, ed ecco fatto.

Abbiamo creato un nuovo mostro dal quale difendersi: l’acqua.

Mi chiedo (e vi chiedo), quanti altri mostri sono stati creati ad arte nel mondo tecnologico che ci circonda?

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Cass Sunstein, Risk and Reason: Safety, Law, and the Environment, Cambridge University Press, 2010

Dario Bressanini, Pane e Bugie, Chiarelettere, 2010

Mannan S., Lee’s loss prevention in the process industries (3th Ed.), Butterworth Heinemann, 2005

Urben P. G., Pitt M.J., Bretherick’s Handbook of Reactive Chemical Hazards (7th Ed.), Elsevier, 2007

La beffa del Monossido di Diidrogeno, da Wikipedia

(Post pubblicato originariamente su Postilla.it il 23/2/2013)

© Marzio Marigo

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Incidenti sul lavoro o cigni neri?

Nassim Nicholas Taleb, nel suo  libro, pubblicato in prima edizione nel 2007, postula che il nostro vivere quotidiano sia potenzialmente costellato da accadimenti imprevisti, imprevedibili e dotati di danno inaudito. Egli li chiama Cigni Neri.
I Cigni Neri sono dunque eventi in grado di modificare irreversibilmente la vita delle persone e risultano, a parere di Taleb, difficili da prevedere. Le cause degli stessi sono individuabili solo con il “senno di poi”, ponendoci all’esterno dell’evento stesso e contemplandone i prodromi solo alla luce delle conseguenze che essi hanno manifestato.
Possiamo includere tutti gli infortuni sul lavoro nella categoria dei Cigni Neri? Probabilmente no, nella maggior parte dei casi. Pur non essendo escludibile a priori che un incidente determini un infortunio al suo primo manifestarsi, risulta tuttavia poco probabile, per le ragioni che vedremo. In generale, infatti, l’infortunio si può manifestare in seguito a ripetute azioni inidonee e/o imprudenti in date condizioni di rischio. Inviare sms in auto mentre si guida probabilmente non genererà un incidente stradale al primo “invio”.  Ma tale comportamento, se protratto nel tempo determinerà, prima o poi, un esito catastrofico.
Nell’ambito della sicurezza dei luoghi di lavoro, si può essere quindi parzialmente d’accordo con l’economista americano di origine libanese. Una buona maggioranza di infortuni sul lavoro risultano infatti anticipati da incidenti che nella maggior parte dei casi non causano infortuni a persone o danni a cose.
A questo aggiungiamo che non sempre tutto ciò che può accadere risulta prevedibile a priori. Infatti, non tutti gli scenari incidentali possibili risultano anche credibili e non sempre l’analista e/o il datore di lavoro, impegnati nelle valutazioni del rischio preventive, riescono ad analizzare tutte le articolazioni possibili di tale scenario. Le risorse per l’analisi sono finite mentre gli scenari incidentali possibili risultano tecnicamente illimitati. Dow Chemical Company, a questo proposito, fornisce i seguenti criteri per “scremare” gli scenari di rischio credibile (e quindi meritevoli di approfondimento di valutazione) dall’insieme degli scenari di incidente possibile:
1) Ogni singolo evento che possa ragionevolmente accadere è uno scenario credibile;
2) Scenari che necessitino, per manifestarsi, l’accadimento di due o più eventi totalmente indipendenti tra loro non sono credibili;
3) Scenari che necessitino, per manifestarsi, l’accadimento di più di due eventi in sequenza non sono scenari credibili;
4) Un guasto che si verifica mentre un dispositivo a funzionamento indipendente è in attesa di riparazione si può inquadrare come un guasto che accade durante il periodo dell’apertura dell’emergenza ed è quindi credibile. La mancanza di disponibilità del dispositivo non riparato è una condizione preesistente.
Il Cigno Nero può quindi apparire per un difetto di previsione connaturato alla natura stessa della metodologia di valutazione del rischio. Al di là del settore dei grandi rischi industriali, anche tutte le analisi e valutazioni del rischio condotte in applicazione del D.Lgs. n. 81/08 possiedono un certo grado di affidabilità, che non sarà tuttavia mai assoluta.
Sia l’analista sia il datore di lavoro (e le molte altre figure che partecipano al processo di analisi e valutazione dei rischi) fondano le loro valutazioni su previsioni simulazioni e non su divinazioni, come purtroppo alcune sentenze della magistratura, elaborate sulla scorta del “senno di poi”,  lascerebbero intendere. Non tutto è prevedibile e non tutto è prevenibile a priori.
L’adozione del “senno di poi” nelle indagini successive all’infortunio illumina invece l’evento incidentale da una prospettiva radicalmente differente rispetto a quella presente prima dell’evento stesso. Il “senno di poi” rende a posteriori credibili anche scenari di rischio che erano semplicemente possibili in fase di analisi preventiva.
La perturbazione introdotta dal “senno di poi” è rilevantissima dato che:
1)“il senno di poi” permette di guardare indietro, dall’esterno, la sequenza di eventi che hanno portato all’evento che già si conosce (perchè si è manifestato);
2)“il senno di poi” fornisce un accesso quasi illimitato alla vera natura della situazione che circonda le persone al momento dell’evento;
3)“il senno di poi” permette di individuare ciò che le persone non hanno fatto ma avrebbero potuto/dovuto fare.
Tale approccio induce una pericolosa equivalenza tra le cause e le relative conseguenze che, in molti casi, prima dell’evento incidentale risultano inconoscibili a chi le vive direttamente.

Un miglioramento dell’affidabilità delle metodologie di valutazione del rischio è permesso dall’analisi degli incidenti accaduti nel passato, siano essi stati causa o meno di infortunio o di danni materiali.
Osserviamo infatti che gli infortuni sul lavoro e la loro gravità risultano, in genere, correlati all’insieme degli incidenti che avvengono durante i normali cicli di produzione aziendale. Alcuni studi evidenziano e dimostrano questa nostra considerazione preliminare.
Il primo, e più citato, è stato pubblicato nel 1959 da William Heinrich; in esso si conclude che il rapporto tra gli incidenti che causano infortuni gravi/infortuni non gravi/nessuna lesione risulta pari a 1/29/300.
Più recentemente (1985) Bird, studiando 1,75 milioni di incidenti sul lavoro accaduti in Germania deduce che il rapporto tra incidenti che causano infortuni gravi/infortuni non gravi/danneggiamenti alla proprietà/nessuna conseguenza sono in relazione tra loro secondo il seguente rapporto: 1/10/30/600.
Pure l’HSE Britannico si è cimentato nella verifica delle conseguenze degli incidenti sul lavoro e queste sono le loro conclusioni: il rapporto tra infortuni invalidanti/infortuni minori/infortuni da primo soccorso/danni alla proprietà/nessuna conseguenza è pari a 1/3/50/80/400. A questo proposito l’HSE propone una sezione tematica molto interessante relativa al calcolo dei costi dovuti ad incidenti sul lavoro.
Le precedenti considerazioni ci spingono quindi a considerare sia l’incidente, sia l’infortunio grave, sia l’infortunio non grave, come eventi collegati tra loro. In particolare, al di là delle differenze numeriche presenti nei vari studi, possiamo assumere che nell’insieme complessivo degli incidenti che accadono sul luogo di lavoro, una grande parte non causerà danni significativi, una parte minore (1-10%) causerà infortuni reversibili ed una frazione molto limitata, inferiore all’1% può causare infortuni dalle conseguenze permanenti. Una possibile rappresentazione grafica di quanto detto è la seguente (cd. piramide di Heinrich), dove N1, N2 ed N3 rappresentano rispettivamente le percentuali relative agli infortuni invalidanti, infortuni temporanei ed incidenti privi di conseguenze.

Questa modalità di collegare tra loro gli eventi consente di concludere che solo una riduzione complessiva del numero degli incidenti permette una reale limitazione del tasso infortunistico aziendale. A questo fine si rende pertanto indispensabile un’analisi post incidentale non limitata ai soli eventi apicali (infortunio invalidante e temporaneo). Solo una riduzione del numero complessivo degli incidenti (attraverso misure di prevenzione e protezione) consente una complessiva riduzione degli eventi con coinvolgimento dei lavoratori. A questo proposito, l’art. 4.5.3 della norma gestionale OHSAS 18001 prevede che l’organizzazione stabilisca, attui e mantenga attiva una procedura per registare, investigare ed analizzare gli incidenti accaduti nel luogo di lavoro. Le azioni correttive conseguenti contribuiranno a limitare gli eventi posti alla base degli infortuni sul lavoro.
Le modalità di indagine dovranno tuttavia essere il più possibile svincolate dall’approccio perturbante del “senno di poi”.
Concludendo, la risposta alla domanda: “l’infortunio sul lavoro è sempre un Cigno Nero?” è no, nella maggior parte dei casi. Le cause che portano all’infortunio sono infatti prevenibili attraverso una metodologia di valutazione affidabile ed, in ogni caso, risultano già scritte all’interno degli incidenti che non hanno generato lesioni ai lavoratori. Un’accurata indagine su tutti gli incidenti può consentire una reale e stabile riduzione del tasso infortunistico aziendale.
Tuttavia il Cigno Nero può purtroppo manifestarsi insinuandosi negli scenari di rischio possibili ma non credibili oppure generando l’infortunio al primo atto imprudente compiuto dal lavoratore.

(Post pubblicato originariamente su Postilla.it il 27/9/2010)

© Marzio Marigo

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