Percezione del rischio, SARS-CoV-2, paura pubblica et al.

I paesi europei, prima che pure loro entrassero nel girone degli untori, hanno esorcizzato le possibili angosce, legate all’indeterminatezza di un’epidemia causata da corona virus, con la paura connessa invece ad un pericolo chiaro e determinato.

Molto meglio avere paura di un pericolo bene identificabile che essere angosciati per qualcosa che non possiamo avvertire e raffigurarci. Questa dinamica si innesca quasi sempre nel caso di situazione non comprese e/o comunque non direttamente percepibili (il caso delle fobie parossistiche da elettrosmog sono, in questo senso, da manuale).

Il pericolo, utilizzato come amuleto dall’Europa out of Italy, era proprio l’Italia e gli italiani (su questo punto fatevi il regalo di ascoltare il prof. Umberto Galimberti).

Noi peraltro, in una fase antecedente, ci siamo comportati esattamente nel medesimo modo. Solo un mese fa il problema, per tutti noi, era esclusivamente “cinese”, giusto[1]? Chiaramente identificabile sia come nazione sia come differenza somatica nelle persone. All’inizio ci si scherzava anche.

Tanto è vero che, fino al paziente uno di Codogno, si pensava che il rischio di contagio fosse esclusivamente ascrivibile a loro (blocco dei voli da e verso la Cina, fobie variamente articolate verso tutto ciò che possedeva occhi a mandorla, ecc.).

Immagino che anche ora, nei luoghi d’Italia meno frequentati dal Covid 19[2], si ritenga che l’infezione sia prevalentemente un problema del nord del nostro paese.

La scorsa settimana, quando ancora i bar erano aperti, sorseggiando un caffè ascoltavo di sottecchi una conversazione nella quale si affermava che il “problema vero dell’infezione è presente nella sola Lombardia”[3].

Ascoltando poi il bollettino quotidiano della protezione civile si avverte sempre una ulteriore suddivisione e catalogazione del pericolo: “ultrasettantenni con pluripatologie”.

Abbiamo la necessità psicologica di evitare l’angoscia dell’indeterminatezza e la esorcizziamo sostituendola con la paura di un pericolo identificabile e relativamente lontano da noi.

Da ultimo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha identificato il pericolo nell’intera Europa.

Ad ogni livello l’angoscia fa più paura della paura stessa.

E’ anche per questo che la decisione assunta dallo WHO ieri è stata rivoluzionaria: ha dichiarato la pandemia da SARS-Cov-2.

Non è un quindi un problema confinato ad uno stato o ad una specifica popolazione.

Non esistono confini, non esistono distinzioni, non esistono stati nazione.

La World Health Organization ha chiamato per nome e cognome ciò che tutti hanno cercato di scansare.

E si invertono pure i ruoli nel momento del bisogno: stati ritenuti amici chiudono i confini e, per converso, stati che rappresentavano “il pericolo numero uno” fino a meno di 15 gg fa, ci prestano soccorso.

Da una parte c’è un virus che cavalca goccioline di tosse con dimensione superiore a 5 micron, dall’altra c’è l’umanità intera.

Stiamo a casa[4]

Tutto andrà bene

[1] Il 10 febbraio 2020 si registravano in Cina 908 morti e 40.170 contagiati. Il 10 marzo 2020, un mese dopo, in Italia si contano 827 decessi e 12.462 contagiati.

[2] Esistono province italiane con solo uno o due casi di tampone positivo.

[3] Abito in Friuli Venezia Giulia.

[4] Da meccanico trovo impressionante l’analogia esistente tra i fenomeni di solidificazione metallurgica, governata da leggi di nucleazione e accrescimento, e quelli della diffusione territoriale dell’epidemia. Stare nella propria casa significa sia prevenire la nucleazione di focolai sia estinguere la successiva espansione e reticolazione. Le analogie non si fermano qui, a dire il vero. In ambito corrosionistico esiste una sterminata letteratura che tratta alcune specifiche lesioni corrosive con terminologia medica (es. vaiolatura, ulcere, tubercoli, pustole). A questo proposito si legga il gustosissimo “Dal lessico dei medici a quello dei corrosionisti” nel  Capitolo 1 del Pedeferri.

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Corona Virus e percezione pubblica del rischio

Essere in condizioni di “sicurezza” significa essere esposti a condizioni di rischio accettabile dove, con “accettabile”, non si intende “nullo”.

Come annullare il rischio? Spieghiamoci con un esempio: l’unico modo per annullare il rischio di cadere dalle scale, scendendole, è evitare di utilizzarle. Si rimane chiusi in casa, si evita di uscire dal proprio appartamento per l’intera vita e così si azzera il rischio di caduta dalle scale. Attenzione, però. Rimanendo chiusi in casa si aumenta l’esposizione ad altri fattori di rischio. La “casa dolce casa” è imbottita di rischi, palesi ed occulti. Almeno 8.400 decessi all’anno si verificano, infatti, tra le quattro mura domestiche.

Un altro esempio?

Come annullare il rischio di incidente stradale? Risposta: non si deve utilizzare l’auto, il motorino, la bicicletta e si deve evitare di andare pure a piedi, dato che esiste una probabilità non nulla di essere investiti (612 decessi di pedoni nel 2018).

E per annullare il rischio di incidente sul luogo di lavoro? Risposta: […]

Viviamo in un mondo interconnesso, in una società del rischio, come diceva l’illustre sociologo Ulrich Beck nel suo citatissimo, ma molto poco leggibile (e, credo, molto poco letto) saggio.

Siamo immersi nei rischi.

Nel 2018 hanno perso la vita 3.325 persone in incidenti stradali. Per raffigurarsi l’enormità di tale fenomeno immaginiamo che, proprio in quell’anno, siano caduti al suolo una ventina di aeroplani di linea della tratta Roma-Milano. Roma e Milano distano, in linea d’aria, 480 km. Quindi un aereo ogni 25 km.

Continuiamo? Il 46% di tutti i decessi per tumore in Italia (circa 80.000 nel 2012) sono riconducibili a fattori di rischio potenzialmente modificabili. Il fumo, per esempio, causa da solo 41.000 decessi/anno nel nostro paese. Altri 200 aeroplani di linea dei quali 160 carichi di uomini e 40 di donne.

L’obesità è invece correlabile ad altri 8.000 decessi.

L’influenza (da alcuni definita banale, non certo da me, stante il mio abbonamento circa biennale) è correlata ad un eccesso di mortalità non inferiore a 8.000 persone/anno. L’esercizio con gli aeroplani lo lascio ai miei due lettori.

Per converso, nel 2016, ultimo anno rilevato dall’ISS, sono morti per AIDS “solo” 532 persone grazie alla presenza delle terapie antivirali. Un deciso passo in avanti rispetto al 1995 (quell’anno se ne andarono, a causa dell’infezione, circa 4.600 persone).

Un dato spesso non noto è quello delle persone che decidono volontariamente di togliersi la vita. Ogni anno circa 4.000 nostri concittadini scelgono di compiere questo gesto estremo. Molti di più dei decessi per incidente stradale.

Ci si potrebbe chiedere, giunti a questo punto, quale sia il rischio “naturale” che noi tutti corriamo. Il rischio basale, non eliminabile e connesso al semplice fatto di “esistere” in un dato luogo. Un importante specialista del settore dei grandi rischi industriali nel 2006 ha cercato di rispondere a questa domanda e, tenendo conto della media dei dati del venticinquennio compreso tra il 1981 e il 2006, ha stimato:

  • 100 decessi/anno per terremoto;
  • 30 decessi/anno per alluvione;
  • 20 decessi/anno per fulminazione;
  • 40 decessi/anno per punti di insetti/morsi.

Sommando si ottengono, quindi, circa 190 decessi/anno per cause completamente naturali collegate al semplice “vivere” nel nostro territorio. Questi numeri si traducono in una probabilità complessiva di mortalità individuale pari a 3,3E-6 per anno.

…il famoso “dieci alla meno sei”…

Il rischio zero, come si vede, non esiste nemmeno se ci isolassimo dal mondo e vivessimo nella baita del nonno di Heidi in compagnia del solo cane “Nebbia”.

Ora, la sensazione è che questi numeri, questa enorme enormità di cause e concause di decesso, sia data per scontata da molti tra noi. In modo cosciente o no. Il rischio, peraltro, è soggetto a “desensibilizzazione”. Più ne siamo esposti meno ne percepiamo l’entità.

Pian piano diventiamo ciechi alle sue potenziali conseguenze.

Al contrario pare assodato che i rischi emergenti e/o nuovi vengano molto sovrastimati e ci facciano molta paura. E questo nonostante la continua e quotidiana esposizione a rischi molto più preoccupanti[1].

A questo proposito, grazie anche al clamore mediatico di queste ultime settimane, sembra che il Corona Virus sia diventato l’unico fattore di rischio per l’intera popolazione italiana. Un virus, il Covid-19, definito da Ilaria Capua “sindrome simil-influenzale da coronavirus”.

Certamente i numeri che si leggono non sono rassicuranti, non fosse altro perché esiste uno strato della nostra popolazione, quella più anziana e magari già affetta da altre patologie, estremamente vulnerabile alle conseguenze di questa nuova malattia. Le autorità competenti stanno lavorando alla cosa.

Diamo loro fiducia.

Teniamo in conto che i decisori pubblici stanno operando in condizioni di “incertezza”: il profilo e la distribuzione delle probabilità di accadimento di questo nuovo rischio non sono infatti note con precisione. Così come non si conoscono le retroazioni alla diffusione dell’infezione. Pare non esistano ancora statistiche affidabili sul fenomeno “Corona Virus” diffuso nel corpaccione dell’occidente avanzato[2].

E quindi la mancanza dei pattern di distribuzione di probabilità non consente, a priori, di definire il problema in termini di “rischio” bensì solo di “incertezza”, come definita in ISO 31000:2018 e, molti anni fa, da Frank Knight.

Chi assume decisioni deve, quindi, fare esclusivo affidamento ad una valutazione soggettiva dei parametri in gioco, ancorché mediata da pareri esperti. In questa prima fase si ha l’impressione che le pubbliche decisioni si siano orientate a privilegiare nettamente i benefici delle scelte in termini di sanità pubblica a scapito dei costi economici che queste determineranno nel breve e medio periodo. La quarantena generalizzata è, in questo senso, null’altro che la concreta applicazione del principio di precauzione.

Non mi soffermo oltre su questo aspetto. Posso solo immaginare cosa voglia significare prendere decisioni in queste condizioni. L’argomento fa parte, peraltro, di un ampio capitolo che potrebbe intitolarsi “La democrazia e le paure della collettività” che lascio volentieri ad altri.

Detto questo ci si chiede, però, quale sia la vera ragione dell’isteria che si è instillata nella testa di una grossa parte della popolazione: alberghi e treni deserti, supermercati svuotati, detergenti disinfettanti e mascherine esaurite in farmacia, presidenti di regione che mettono in quarantena scolaresche rientrate dalle gite(!).

Sembra la sceneggiatura di un film distopico. Una cosa tipo “Apocalisse Zombie”. Senza gli Zombie.

Il problema, oltre a quanto descritto in precedenza, credo sia connesso al fatto che, per maggior parte della popolazione:

  • il rischio è “o tutto o niente”;
  • il rischio zero esiste;
  • si sopravvalutano le cause di morte di eventi poco probabili e, al contrario, si sottovalutano gli accadimenti più frequenti e presenti nella vita di ciascuno di noi[3];
  • non sono ad oggi valutabili gli impatti economici delle scelte fatte;
  • le decisioni, anche pubbliche, paiono assunte in condizioni emotivamente non neutre.

In conclusione, gestire un’emergenza sanitaria e di psicosi sociale date queste condizioni al contorno appare molto, molto difficile.

Ed ora vado a rilavarmi le mani…

UPDATE del 01/03/2020: regaliamoci la lettura della nota che i Proff. Sergio Rosati e Luigi Bertolotti, del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, hanno inviato ai loro studenti di Medicina Veterinaria. Equilibrata, profonda e accessibile.

[1] Personalmente mi sono recentemente accorto della cosa quando, durante un corso aziendale volto a sensibilizzare il personale al rischio connesso alla manipolazione di sostanze chimiche infiammabili, tossiche e corrosive, qualcuno dei partecipanti mi ha chiesto un’opinione sul “Corona Virus”. Con dibattito conseguente difficile da sedare. O quando, ancora, di fronte alla macchinetta del caffè un corrucciato RSPP mi chiedeva conto del problema connesso agli effetti a lungo termine dei campi elettromagnetici domandandomi, durante la mia risposta, se ci si poteva spostare all’esterno per la sua “pausa sigaretta”.

[2] Gli unici dati quantitativi derivano da pubblicazioni scientifiche elaborate in base a quanto accaduto in Cina che possiede, notoriamente, un sistema sociale e di sanità pubblica radicalmente differente da quello occidentale.

[3] “[…] The primary bias refers to the common tendency to overestimate infrequent causes of death while underestimating more frequent causes […]” Johnson, Tversky, 1983

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Quarantena e principio di precauzione

La conferenza di Rio de Janeiro del 1992 statuì, per la prima volta in forma ufficiale, il cosiddetto principio di precauzione, ripreso più volte nei documenti ufficiali UE, fino all’attuale art. 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

In esso si asserisce che il ricorso a tale forma di tutela è giustificato quando siano presenti le seguenti tre specifiche condizioni:

  • identificazione di effetti potenzialmente negativi;
  • valutazione dei dati scientifici disponibili;
  • ampiezza dell’incertezza scientifica.

Io trovo che quanto sta accadendo in Italia in relazione alla diffusione della sindrome simil-influenzale causata da coronavirus (cit. Ilaria Capua) credo sia la plastica rappresentazione dell’applicazione del principio di precauzione “in pratica”.

Una quarantena estesa cinquantamila persone cos’altro è se non questo?

Molto altro ci sarebbe da dire.

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