Una ripartenza in condizioni di sicurezza è possibile?

Tra i vari dati che quotidianamente elabora l’Istituto Superiore di Sanità quello che riporto di seguito è, a mio parere, uno tra i più importanti a fini prevenzionistici.

Dove si sono contagiate le persone durante il lockdown? Oggi, finalmente, abbiamo numeri, sia pur parziali, per rispondere alla domanda. Tali prime valutazioni dicono che la percentuale delle persone contagiate nei luoghi di lavoro, per esempio, è minima rispetto al totale. Discutiamo, infatti, di circa il 4%.

La grande parte dei contagi è invece avvenuta o nelle RSA (44,1%) oppure all’interno delle famiglie (24,7%) in un loop di reinfezioni causato, verosimilmente, dal lockdown medesimo.

Riepilogo la sintesi dei dati illustrati dal Prof. Brusaferro durante la conferenza stampa tenuta in data odierna (24/04/2020) presso l’ISS.

Luogo di esposizione riportato (Dato limitato a 4.508/58.803 casi notificati dal 1 al 23 aprile 2020):

  • 44,1%: RSA/Casa di riposo/Comunità disabili
  • 24,7%: Ambito famigliare
  • 10,8%: Ospedale/Ambulatorio
  • 4,2%: Lavoro
  • 1,9%: Comunità religiosa
  • 1,4%: Nave/Crociera
  • 0,2%: Centro accoglienza per rifugiati
  • 12,7%: Altro

Non entro nel merito di tutti i numeri. Sono interessantissimi e stimolano molte altre domande.

Concentriamoci, per il momento, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e cerchiamo di contestualizzare quel “quattro percento”. In altri termini quante sono state le aziende aperte durante il lockdown? Facciamo ricorso, per questo, ai dati forniti da TERNA. L’energia elettrica richiesta alla rete è infatti direttamente correlabile alla produzione industriale. Sintetizzo di seguito pochi numeri:

  • 28.000 MW @ ore 12:00, 15/08/2019 (ferragosto 2019)
  • 33.000 MW @ ore 12:00 del 15/4/2020 (terzo mercoledì di aprile 2020)
  • 43.500 MW @ ore 12:00 del 17/4/2019 (terzo mercoledì di aprile 2019)

Rispetto al minimo dei minimi energetico che si verifica tipicamente a ferragosto (periodo nel quale, comunque, le filiere essenziali risultano attive), alle ore 12 del terzo mercoledì di aprile 2020 vi è stata una richiesta  addizionale di potenza pari a 5.000 MW. Questa, a sua volta, risulta inferiore di 10.000 MW rispetto alla richiesta in rete fatta nel medesimo giorno dell’anno precedente.

Peraltro la settimana dal 23 al 29 marzo 2020, durante “l’hard lockdown”, la diminuzione nella richiesta di energia elettrica rispetto al pari periodo 2019 è stata del 24%.

Questi numeri mi fanno dire, “a spanne”, che ad aprile 2020 risultavano regolarmente operative circa il 60% delle industrie italiane.

-> Più o meno <-

Questo 60% ha generato una percentuale tutto sommato marginale del totale delle infezioni COVID 19 registrate dalla Protezione Civile.

A partire da questi dati la riapertura modulata delle attività che avrà luogo a partire da maggio 2020 dovrebbe preoccuparci?

Si e no, io penso.

NO, se sarà accompagnata dalla dovuta attenzione, prudenza, formazione, monitoraggio e capacità di ricostruzione delle catene di contagio.

SI, se tali azioni non vedranno la luce.

Di una cosa ho realmente timore. Temo che, in assenza di una strutturazione delle misure di ricostruzione dei contagi e di reale formazione degli operatori sulle tre regole capisaldo [distanziamento, ove ciò non sia possibile protezione reciproca delle vie respiratorie (ok, pure gli occhi) e, soprattutto, lavaggio delle mani, lavaggio delle mani, lavaggio delle mani…], tutto si riduca all’adozione generalizzata di una “mascherina amuleto”.

Fino a che l’Rt ri-superererà l’unità e il 4% diventerà a due cifre.

Rimaniamo tuttavia ottimisti: la ripresa delle attività produttive in condizioni di rischio accettabile è cosa certamente fattibile, ad oggi.

Crediamoci tutti e lavoriamo perché questo avvenga. 

UPDATE DEL 25/04/2020

E’ stato pubblicato il report dell’ISS dal quale ho tratto le percentuali che ho presentato (cfr. pag. nn. 11, 12). 

 

 

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6 pensieri riguardo “Una ripartenza in condizioni di sicurezza è possibile?”

  1. Per quanto la fonte della statistica sia autorevole, nel momento di larga diffusione del virus questa ricostruzione diventa abbastanza improbabile col sistema di (non) analisi e tracciamento nostrano.
    Esco di casa, scendo dalle scale condominiali, prendo due mezzi, vado al lavoro, ritorno a casa facendo il percorso inverso e mi fermo a fare un minimo di spesa al negozio di quartiere .
    Dove mi sono contagiato ? E da chi, considerati gli asintomatici, i non soggetti a tampone, la persistenza del virus su superfici e nel particolato atmosferico etc. etc. (piu le mille cose ancora ignote) ?

    Vediamo il vero “dramma” al contrario (visto anche chi si augura controlli “feroci” a tappeto): la colpa sarà “preferibilmente “ (anche x motivi strumentalmente economici) delle aziende, aziende che oggi fanno i salti mortali per trovare DPI , per valutare i rischi Covid al di là del conoscibile, e che dovrebbero sanificare ogni giorno di tutto e di più.
    Come spesso capita, in Italia le cose che non vanno si scaricano sulle aziende, vero collo di bottiglia (dai siamo seri, ad N livelli viviamo in un mondo e in modi malsani , ma pretendiamo che le aziende siano perfette o sono guai).
    Molti stanno pensando che aprire in queste condizioni sia antieconomico.

    Nb queste riflessioni – che mi sembrano obiettive – comunque non mi impediscono di pensare con fermezza ed assoluta evidenza che la sicurezza e la salute sul lavoro siano un aspetto principe di una vera organizzazione aziendale e di un autentico imprenditore.

    1. Mi chiedo su quali basi lei fondi le critiche ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità.
      Questi erano numeri che si attendevamo da molto tempo. Convengo che certamente non saranno precisi, ma rendono conto degli attuali fattori in gioco. Anche oggi ci sono stati oltre 2.300 contagi. Sapere che la maggior parte di questi ha origine nosocomiale non sorprende. Così come personalmente non mi sorprende che solo una minoranza di questi abbiano avuto origine nel luogo di lavoro.
      Purtroppo vedo ormai armate di consulenti autoproclamatisi esperti in gestione del rischio COVID 19.
      Mi auguro, per il bene del nostro delicato tessuto industriale, che l’imprenditoria italiana insieme ai lavoratori e alle loro rappresentanze, in questo sfortunato momento riesca a separare il grano dal loglio.
      Continuo a credere che lavorare in serenità e sicurezza sia possibile, anche in presenza della più grande emergenza epidemica degli ultimi cento anni.

  2. Mi trovo d’accordo con i concetti espressi da Andrea. Non che i dati siano errati o chi scrive abbia errato nella valutazione. A mio parere i dati di contagio in azienda andrebbero verosimilmente a favore di sicurezza uniti con la percentuale di “altro”, ipotizzando proprio la contrazione in luoghi non di ambito familiare e non di lavoro (supermercato, mezzi pubblici, etc etc). Ovviamente è una sovrastima malfatta, ma se uniti abbiamo un 17% che mi sembra indicativo di cosa potrebbe succedere riversando la gente nei mezzi pubblici per il 40% di aziende che riapriranno, alla luce della relativamente alta contagiosità del virus. Il problema non sarà a mio parere nelle aziende (dentro) ma negli spostamenti verso le stesse. Ho qualche dubbio sull’analisi delle aziende aperte in base ai dati energetici di consumo: l’idea è veramente molto interessante e illuminante, tuttavia non trovo indicativo una stima fatta solo sull’anno precedente, ma lo farei su una media di 3-5 anni… a meno che qualche studio non mi dimostri il contrario. Grazie mille Marzio per i tuoi sempre tecnicamente illuminanti contributi.

    1. Grazie per il commento.
      Devo dire che sono un po’ in difficoltà nel replicare all’espressione di punti di vista.
      Io ho il mio, tu hai il tuo, Andrea pure.
      Meglio sarebbe se, a supporto delle legittime opinioni di ciascuno, ci fossero pure evidenze empiriche.
      Sulla presunta sottovalutazione da parte dell’ISS dei contagi in itinere non saprei che dire. Bisogna chiedere a loro o attendere nuove revisioni dell’indagine che certamente ci saranno. Immagino tuttavia che le domande che ci facciamo su un blog siano state ben valutate da i massimi esperti in virologia ed epidemiologia italiani.
      In ogni caso, se esistono stime più perfezionate inviamele che volentieri le pubblico.
      Sono d’accordo sulla criticità costituita dai mezzi di trasporto pubblici. Da lì arriverà, prevedibilmente, una parte dei nuovi contagi. Per fare un esempio, il volume interno di un pullman è circa pari a 55-60 mc e li si alloggiano circa 50 persone. Per confronto un piccolo appartamento nel quale vivono due-tre persone (60 mq x 3 m) ha una volumetria di 3 volte superiore. Immaginiamo quindi un piccolo appartamento di città, riduciamolo per 3 e infiliamoci 50 persone dentro. Questo è la concentrazione dentro ad un pullman. Insomma, non credo ci siano le condizioni per evitare contagi se non con misure di protezione individuale che, mi auguro, siano rese strettamente obbligatorie. Un paper annedottico cinese, poi ritirato, evidenziava le potenzialità di contagio all’interno di pullman, ostacolate in modo molto efficace dall’uso di mascherine chirurgiche.
      Sul fatto che il 60% delle attività produttive sembra sovrastimato annoto che non è solo una mia stima ma pure quella del governatore di una delle regioni più produttive d’Italia.
      Saluti cordiali
      MM

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