Non solo COVID 19: il DHMO

Nel nostro Paese se ne discute poco. Altri sono i rischi che vengono considerati prioritari sia dalle associazioni ambientaliste sia dagli esperti. Tuttavia all’estero sta crescendo la consapevolezza della pericolosità della sostanza che andremo a descrivere, definita “The worst chemical killer” dalla comunità scientifica internazionale, così come bene illustra Dario Bressanini nel suo saggio del 2010.

Stiamo discutendo del DHMO (Dihydrogen Monoxide).

Questa sostanza, al pari di altre magari ugualmente temibili ma bene conosciute, è incolore, inodore ed insapore e può provocare decessi a causa di eccessiva inalazione. Purtroppo gli organi di stampa, sia generalisti sia di settore, hanno dedicato ben poca attenzione a questa molecola; dare una adeguata informazione penso sia opportuno in un blog che discute di sicurezza.

Il Lee’s Loss Prevention in the Process Industries del 2006, uno tra i più autorevoli manuali in tema di sicurezza industriale, riassume bene il problema. Il DHMO è diffusamente utilizzato in centrali elettronucleari ed in molti processi chimici pericolosi. Esso è impiegato pure come solvente industriale ed è, da un punto di vista ambientale, uno dei principali responsabili della formazione di piogge acide ed effetto serra.

Una parte del nostro prezioso patrimonio artistico subisce un costante degrado indotto dal contatto con il DHMO. Purtroppo questa sostanza percola all’interno delle falde e giunge, da queste, direttamente all’interno delle nostre case attraverso l’acqua della rete idrica comunale, finendo direttamente nel cibo da noi consumato ogni giorno. È impossibile evitare la contaminazione poiché, a differenza di altre molecole che possono essere filtrate, il DHMO si miscela intimamente con l’acqua. Può causare ustioni anche gravi e se ne trova sempre traccia all’interno di moltissime tipologie di carcinomi solidi e tumori del sangue.

Ecco le informazioni che si rinvengono, sul DHMO, nel più importante manuale che tratta della reattività chimica di sostanze e miscele (Urben P. G., Pitt M.J. (2007), Bretherick’s Handbook of Reactive Chemical Hazards, 7th Edition, Elsevier, p. 1691):

Riepilogando quanto indicato nel Bretherick:

  • Il DHMO reagisce violentemente con alcuni metalli, come il sodio e il potassio, con il fluoro e con alcuni agenti disidratanti come l’acido solforico
  • Forma un gas esplosivo con l’acetiluro di calcio.
  • Viene raccomandato di evitarne il contatto con materiali di cui non si sia prima verificata la compatibilità.
  • Con il sodio, il DHMO sviluppa gas idrogeno, elemento di cui è ricco, con il forte rischio di deflagrazioni e, in ambienti confinati, detonazioni.

Il DHMO diviene estremamente pericoloso se posto a contatto con idrocarburi altobollenti in fase di ebollizione. Il fenomeno del boilover può infatti provocare ustioni estremamente gravi alle persone esposte.

Esiste una fortissima resistenza al bando del DHMO. Per esempio, in ambiti economici internazionali (Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale), si ritiene che l’eliminazione del DHMO potrebbe causare gravissime implicazioni di difficile gestione e soluzione. Tali impatti sono valutati trasversali ed indipendenti dal livello di sviluppo tecnologico e sociale.

Probabilmente la maggior opposizione all’eliminazione del DHMO è connessa anche alle posizioni assunte dalle multinazionali del settore alimentare (produzione di bevande zuccherate, ristorazione fast food). Il DHMO è infatti una componente essenziale nella fabbricazione delle bibite gassate ad alto contenuto di zuccheri raffinati a noi tutti note ed è un componente presente nella carne processata utilizzata nei fast food.

Il DHMO è inoltre presente in un’ampia categoria di farmaci; anche in questo caso le aziende farmaceutiche produttrici si oppongono pervicacemente al bando di una simile sostanza anche a causa delle perdite economiche rilevantissime che subirebbero.

Non è tutto negativo, tuttavia. Alcuni spiragli all’orizzonte sono già visibili per superare questa fase: lungimiranti aziende del food possiedono ad oggi protocolli di fabbricazione che consentono la distribuzione di latte per neonati completamente privi di Monossido di Diidrogeno.

APPROFONDIMENTO (A LETTURA OBBLIGATORIA)

Il DHMO, Dihydrogen Monoxide, è traducibile in italiano come Monossido di Diidrogeno è una molecola composta da un atomo di ossigeno e due atomi di idrogeno.

In altre parole, H2O.

In altre parole, ACQUA.

Probabilmente alcuni tra noi non sono caduti nel tranello, avendo un po’ di conoscenze della chimica insegnata nelle scuole superiori.

Altri, invece, hanno ritenuto di aver scoperto una nuova minaccia per la propria e la altrui salute.

Purtroppo nella comunicazione del rischio si incorre, alcune volte, in queste forme sleali di trasmissione delle informazioni.

E’ stato sufficiente creare le opportune condizioni al contorno (citazione di rischi non bene noti, presenza di interessi di multinazionali, fondo monetario internazionale, citazione di tumori, reattori nucleari, processi industriali) per creare un effetto perverso che ha portato alcuni di noi a credere che l’acqua fosse portatrice di chissà quale forma di rischio occulto.

ATTENZIONE: nessun dato presente nella descrizione è falso. Sono tutti tratti realmente dalla letteratura citata. E’ stata modificata solo la veicolazione del messaggio (viene solo citata falsamente la “comunità scientifica internazionale”).

Ecco dunque come si costruisce ad arte una cascata sociale di credenza. Si unisce la tossicologia intuitiva all’euristica della disponibilità, di cui discuterò in un altro post, ed ecco fatto.

Abbiamo creato un nuovo mostro dal quale difendersi: l’acqua fresca.

Mi chiedo (e vi chiedo), quanti altri mostri sono stati creati ad arte nel mondo tecnologico che ci circonda?

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Cass Sunstein, Risk and Reason: Safety, Law, and the Environment, Cambridge University Press, 2010

Dario Bressanini, Pane e Bugie, Chiarelettere, 2010

Mannan S., Lee’s loss prevention in the process industries (3th Ed.), Butterworth Heinemann, 2005

Urben P. G., Pitt M.J., Bretherick’s Handbook of Reactive Chemical Hazards (7th Ed.), Elsevier, 2007

(Post pubblicato originariamente su Postilla.it il 23/2/2013)

© Marzio Marigo

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