Sull’uso delle mascherine

Questo dibattito sull’uso delle mascherine sta diventando paradossale.

NN Taleb, citando Gigerenzer nel suo “Antifragile”, dice:

“Non chiedere mai al dottore che cosa devi fare tu. Chiedigli cosa farebbe lui se fosse al tuo posto. La differenza potrebbe sorprendere”.

Quando:

  • si vedono illustri virologi che concedono interviste all’aria aperta con indossata una mascherina;
  • si nota Guido Bertolaso sempre bardato con mascherina di protezione (non lo si è mai visto, recentemente, a volto scoperto). Auguri a lui di pronta guarigione!;
  • si osserva in TV un ministro della repubblica il quale, dalla sede della protezione civile, risponde alle domande con una mascherina a penzoloni da un orecchio;
  • le conferenze stampa della regione lombardia (realizzate in spazi assimilabili a capannoni industriali) hanno luogo con persone tra loro  molto distanziate e dotate ciascuna di mascherina posizionata sul viso;
  • le conferenze stampa della regione veneto sono effettuate dal presidente con ai lati i suoi collaboratori tutti con la mascherina indossata;

il problema, giunti a questo punto, NON è più solo quello di far entrare nella testa delle persone di distanziarsi di almeno 1 m l’un l’altro e di lavarsi frequentemente le mani.

Ciò che si vede nella sicurezza Covid 19 “praticata dagli esperti” narra un’altra storia.

La popolazione, ciascuno di noi, impara molto più dai comportamenti osservati e dall’esempio piuttosto che dalle liste di controllo emesse dal governo, dall’ISS o dall’OMS.

“Tu fai così, mai io esperto mi comporto in altro modo”. Esiste una chiara e palese distonia.

E se, nel nostro piccolo come esperti in tema di sicurezza (o cosiddetti tali), vogliamo aggiungere un chicco di protezione in più al mondo che ci sta attorno dobbiamo prendere semplicemente atto che le persone indossano le mascherine.

Perché? Perché di si.

Il rischio percepito all’aria aperta a Pordenone è ormai uguale a quello che probabilmente si avverte nella saletta d’attesa di un Pronto Soccorso di Bergamo.

Dobbiamo diventare semplicemente consapevoli di tali comportamenti. E, in virtù di questo, orientarli verso la massima protezione possibile. La maggioranza della popolazione se ha a disposizione una mascherina l’indossa.

Punto.

Quindi, a mio insignificante parere, non è più questione di ribadire che le mascherine siano più o meno importanti rispetto alle misure di distanziamento e di lavaggio frequente delle mani.

Il punto è, ora, quello di comunicare quali siano le corrette operazioni di vestizione e di rimozione di una mascherina dal proprio viso (senza tralasciare MAI di ribadire che tale misura è integrativa rispetto ai due presidi inderogabili). E’ necessario che ciascuno di noi, nel proprio superpiccolo, informi le persone su quali siano i comportamenti da tenere perché l’utilizzo delle mascherine, certamente utile in alcune circostanze, non divenga iatrogeno a causa della scarsa informazione sull’utilizzo.

Io la penso così.

PS – Vi prego di non intervenire facendomi presente la differenza tra le funzioni di mascherine chirurgiche, facciali filtranti P1, P2, P3, semimaschere ABEK e compagnia cantante. Sono 22 anni che mi occupo di sicurezza sul lavoro. Qualcosina ho imparato sull’argomento.

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Percezione del rischio, SARS-CoV-2, paura pubblica et al.

I paesi europei, prima che pure loro entrassero nel girone degli untori, hanno esorcizzato le possibili angosce, legate all’indeterminatezza di un’epidemia causata da corona virus, con la paura connessa invece ad un pericolo chiaro e determinato.

Molto meglio avere paura di un pericolo bene identificabile che essere angosciati per qualcosa che non possiamo avvertire e raffigurarci. Questa dinamica si innesca quasi sempre nel caso di situazione non comprese e/o comunque non direttamente percepibili (il caso delle fobie parossistiche da elettrosmog sono, in questo senso, da manuale).

Il pericolo, utilizzato come amuleto dall’Europa out of Italy, era proprio l’Italia e gli italiani (su questo punto fatevi il regalo di ascoltare il prof. Umberto Galimberti).

Noi peraltro, in una fase antecedente, ci siamo comportati esattamente nel medesimo modo. Solo un mese fa il problema, per tutti noi, era esclusivamente “cinese”, giusto[1]? Chiaramente identificabile sia come nazione sia come differenza somatica nelle persone. All’inizio ci si scherzava anche.

Tanto è vero che, fino al paziente uno di Codogno, si pensava che il rischio di contagio fosse esclusivamente ascrivibile a loro (blocco dei voli da e verso la Cina, fobie variamente articolate verso tutto ciò che possedeva occhi a mandorla, ecc.).

Immagino che anche ora, nei luoghi d’Italia meno frequentati dal Covid 19[2], si ritenga che l’infezione sia prevalentemente un problema del nord del nostro paese.

La scorsa settimana, quando ancora i bar erano aperti, sorseggiando un caffè ascoltavo di sottecchi una conversazione nella quale si affermava che il “problema vero dell’infezione è presente nella sola Lombardia”[3].

Ascoltando poi il bollettino quotidiano della protezione civile si avverte sempre una ulteriore suddivisione e catalogazione del pericolo: “ultrasettantenni con pluripatologie”.

Abbiamo la necessità psicologica di evitare l’angoscia dell’indeterminatezza e la esorcizziamo sostituendola con la paura di un pericolo identificabile e relativamente lontano da noi.

Da ultimo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha identificato il pericolo nell’intera Europa.

Ad ogni livello l’angoscia fa più paura della paura stessa.

E’ anche per questo che la decisione assunta dallo WHO ieri è stata rivoluzionaria: ha dichiarato la pandemia da SARS-Cov-2.

Non è un quindi un problema confinato ad uno stato o ad una specifica popolazione.

Non esistono confini, non esistono distinzioni, non esistono stati nazione.

La World Health Organization ha chiamato per nome e cognome ciò che tutti hanno cercato di scansare.

E si invertono pure i ruoli nel momento del bisogno: stati ritenuti amici chiudono i confini e, per converso, stati che rappresentavano “il pericolo numero uno” fino a meno di 15 gg fa, ci prestano soccorso.

Da una parte c’è un virus che cavalca goccioline di tosse con dimensione superiore a 5 micron, dall’altra c’è l’umanità intera.

Stiamo a casa[4]

Tutto andrà bene

[1] Il 10 febbraio 2020 si registravano in Cina 908 morti e 40.170 contagiati. Il 10 marzo 2020, un mese dopo, in Italia si contano 827 decessi e 12.462 contagiati.

[2] Esistono province italiane con solo uno o due casi di tampone positivo.

[3] Abito in Friuli Venezia Giulia.

[4] Da meccanico trovo impressionante l’analogia esistente tra i fenomeni di solidificazione metallurgica, governata da leggi di nucleazione e accrescimento, e quelli della diffusione territoriale dell’epidemia. Stare nella propria casa significa sia prevenire la nucleazione di focolai sia estinguere la successiva espansione e reticolazione. Le analogie non si fermano qui, a dire il vero. In ambito corrosionistico esiste una sterminata letteratura che tratta alcune specifiche lesioni corrosive con terminologia medica (es. vaiolatura, ulcere, tubercoli, pustole). A questo proposito si legga il gustosissimo “Dal lessico dei medici a quello dei corrosionisti” nel  Capitolo 1 del Pedeferri.

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SARS-Cov-2, qualche numero da incompetente

Oggi non discutiamo di atmosfere esplosive. Proprio no.

Poiché i numeri che vengono quotidianamente riportati dalla protezione civile differiscono in modo sostanziale da quanto accade in altri stati con epidemie estese, mi sono posto il seguente quesito: è possibile calcolare quante persone ora, in Italia, sono affette dal Covid 19?

NB: Il mio sarà un semplice esercizio, senza alcuna pretesa di esaustività.

Per fare questo calcolo, niente di più di un esercizio teorico, dobbiamo partire dai dati maggiormente affidabili che sono ora in nostro possesso: mi riferisco, in particolare, al numero di decessi. Questi certamente sono correlabili alla SARS-Cov-2 (non entro nella polemica dei decessi “a causa di corona virus” o “con il corona virus”. Non lo so).

Sono numeri certi che vengono quotidianamente forniti dalla protezione civile. L’evoluzione dei decessi, aggiornata a ieri, è la seguente (il dato percentuale si riferisce alla progressione rispetto al giorno precedente):

24-feb [6]

25-feb [10, +67%]

26-feb [12, +20%]

27-feb [17, +42%]

28-feb [21, +24%]

29-feb [29, +38%]

01-mar [34, +17%]

02-mar [52, +53%]

03-mar [79, +52%]

04-mar [107, +35%]

05-mar [148, +38%]

06-mar [197, +33%]

07-mar [233, +18%]

08-mar [366, +57%]

09-mar [463, +27%]

10-mar [631, +36%]

Si rileva una media di incremento giornaliera di circa il 37% e un tempo di raddoppio compreso tra i due e i tre giorni. Siamo purtroppo ancora dentro alla fase espansiva ed esponenziale dell’epidemia.

Stante quanto dichiarato dallo WHO, il tasso di letalità del Covid 19 è stimato al 3,4% rispetto al totale degli infettati. I numeri dei decessi fanno quindi supporre che i contagi siano molto superiori a quelli individuati con i tamponi. Relativamente all’ultimo dato del 10 marzo, i decessi dovrebbero essere emersi da un totale di persone contagiate non inferiore a:

n.persone contagiate = n. decessi/0,034 = 18.600 persone (circa)

La domanda da porsi, giunti a questo punto, è: quando?

A quando risale questo cluster di contagiati che ha determinato 631 decessi?

Questo ce lo dice una ricerca di “The Lancet” pubblicata il 9 marzo 2020. In essa si dice che: “[…] the median time to death was 18,5 days […]”.

Chi purtroppo soccombe al virus, busca la malattia mediamente 18,5 giorni prima.

In altri termini quella popolazione di 18.600 infette da Covid 19 che ha determinato un outcome di 631 decessi NON era riferibile al 10 marzo ma ad almeno 18 giorni prima.

Il 21 febbraio.

Con queste assunzioni, da quel numero iniziale (18.600 di contagi al 21 febbraio), riusciamo a derivarne quante persone dovrebbero essere ora teoricamente positive?

Facendo le seguenti assunzioni:

  • nei 18 giorni che separano il 21 febbraio dal 10 marzo il tasso di incremento della mortalità rimane costante (certamente forzata… è ben augurabile non sia così);
  • nel medesimo periodo il tasso di incremento di mortalità è correlato (anzi uguale) al tasso di incremento dell’infezione (ipotesi credibile);
  • l’evoluzione non è influenzata dalle misure di contenimento e mitigazione poste in essere (speriamo, anche in questo caso, che la cosa non si verifichi);

dovremmo riuscire nell’impresa.

La formula che ci consente di calcolare quanti siano gli infetti “oggi” (indipendentemente dal fatto che abbiano eseguito il tampone o meno) dovrebbe essere la seguente:

n.inf(10mar) = n.inf(21feb) (1+0,37)^18 = 5.375.400 persone (circa)

Dove, come intuitivamente si comprende:

  • n.inf(10mar) è il numero di infettati al 10 marzo
  • n.inf(21feb) è il numero di infettati al 21 febbraio

Oppure, in forma tabellare:

21-feb [18.600]

22-feb [25.482]

23-feb [34.910]

24-feb [47.827]

25-feb [65.523]

26-feb [89.767]

27-feb [122.981]

28-feb [168.483]

29-feb [230.822]

01-mar [316.226]

02-mar [433.230]

03-mar [593.525]

04-mar [813.130]

05-mar [1.113.987]

06-mar [1.526.163]

07-mar [2.090.843]

08-mar [2.864.455]

09-mar [3.924.303]

10-mar [5.376.296]

…5 milioni e 400 mila persone…

A supporto di questi numeri chiamo in aiuto la virologa Ilaria Capua che, a questo proposito, il 4 marzo, in una sua intervista a “La Stampa”, affermò che: “[…] i contagiati sono molti di più dei circa 2 mila dichiarati […] Forse anche oltre 100 volte tanto”.

Se i posti in terapia intensiva nei nostri ospedali non sono più di 6.000 e la percentuale di ospedalizzati critici non è inferiore al 9% dei contagiati bene comprendiamo che la flessione delle dinamiche (reali!) si sarebbe dovuta verificare non più tardi del 25 febbraio scorso.

Ogni giorno in più, a partire da questa data, si tradurrà in profonda sofferenza.

I visi seri e tirati di TUTTI gli epidemiologi visti in TV sono lì a dimostrarlo.

C’è da dire che:

  • i numeri indicati sono relativi a situazioni senza misure di contenimento;
  • non tengono conto della saturazione;
  • non tengono conto di parametri difficilmente quantificabili a priori.

Detto questo, se tra cinque-sette giorni le misure in atto non faranno vedere effetti la cosa diventerà molto problematica.

Qualche segnale positivo esiste. Il tempo di raddoppio dei decessi (la punta della piramide) è, ad oggi, compreso tra 2 e 3 giorni mentre il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva (la parte sottostante la punta della piramide) è in costante decrescita da almeno il 3 marzo scorso e, ad oggi, è circa di 4 giorni.

Buona fortuna a tutti noi.

Stiamo a casa, rallentiamo.

Poi, come dice Fabio De Luigi, l’iperattivo che c’è in noi potrà tornare, tra qualche tempo, al suo normale stato di natura.

…tutto andrà bene…

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