Basta numeri

Con oggi termino di seguire in modo assiduo e monotematico i numeri connessi all’emergenza SARS-CoV-2.

Questo sarà quindi l’ultimo grafico che pubblicherò, con enorme sollievo di tutti i miei contatti.

Il 3/4/2020 i posti occupati in terapia intensiva nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, raggiungevano il massimo con 61 ricoverati.

Oggi, primo maggio, la terapia intensiva del FVG ospita “solo” 6 pazienti COVID 19.

In Italia, sempre a giudicare i numeri provenienti dalle terapie intensive, la prima ondata epidemica pare sotto controllo avendo raggiunto una “maturazione” dell’81%. Siamo passati dai 4.068 ricoveri il 3/4/2020 ai 1.578 di oggi.

A titolo teorico le terapie intensive in Italia, protette dal lockdown, dovrebbero scendere sotto i 100 pazienti complessivi entro i primi giorni di giugno. Discuto di teoria poiché lunedì prossimo le cose cambieranno e si aprirà una nuova partita della quale vedremo gli effetti tra un po’.

Tuttavia l’attenzione al problema COVID 19 da parte delle aziende è alta e, anche se prevedibilmente ci sarà un incremento dei numeri, immagino che la problematica rimarrà gestibile.

O, almeno, è quello che mi auguro.

In bocca al lupo a tutti noi.

Da domani si torna a discutere di ATEX, macchine e affidabilità dei sistemi.

A presto

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Una ripartenza in condizioni di sicurezza è possibile?

Tra i vari dati che quotidianamente elabora l’Istituto Superiore di Sanità quello che riporto di seguito è, a mio parere, uno tra i più importanti a fini prevenzionistici.

Dove si sono contagiate le persone durante il lockdown? Oggi, finalmente, abbiamo numeri, sia pur parziali, per rispondere alla domanda. Tali prime valutazioni dicono che la percentuale delle persone contagiate nei luoghi di lavoro, per esempio, è minima rispetto al totale. Discutiamo, infatti, di circa il 4%.

La grande parte dei contagi è invece avvenuta o nelle RSA (44,1%) oppure all’interno delle famiglie (24,7%) in un loop di reinfezioni causato, verosimilmente, dal lockdown medesimo.

Riepilogo la sintesi dei dati illustrati dal Prof. Brusaferro durante la conferenza stampa tenuta in data odierna (24/04/2020) presso l’ISS.

Luogo di esposizione riportato (Dato limitato a 4.508/58.803 casi notificati dal 1 al 23 aprile 2020):

  • 44,1%: RSA/Casa di riposo/Comunità disabili
  • 24,7%: Ambito famigliare
  • 10,8%: Ospedale/Ambulatorio
  • 4,2%: Lavoro
  • 1,9%: Comunità religiosa
  • 1,4%: Nave/Crociera
  • 0,2%: Centro accoglienza per rifugiati
  • 12,7%: Altro

Non entro nel merito di tutti i numeri. Sono interessantissimi e stimolano molte altre domande.

Concentriamoci, per il momento, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e cerchiamo di contestualizzare quel “quattro percento”. In altri termini quante sono state le aziende aperte durante il lockdown? Facciamo ricorso, per questo, ai dati forniti da TERNA. L’energia elettrica richiesta alla rete è infatti direttamente correlabile alla produzione industriale. Sintetizzo di seguito pochi numeri:

  • 28.000 MW @ ore 12:00, 15/08/2019 (ferragosto 2019)
  • 33.000 MW @ ore 12:00 del 15/4/2020 (terzo mercoledì di aprile 2020)
  • 43.500 MW @ ore 12:00 del 17/4/2019 (terzo mercoledì di aprile 2019)

Rispetto al minimo dei minimi energetico che si verifica tipicamente a ferragosto (periodo nel quale, comunque, le filiere essenziali risultano attive), alle ore 12 del terzo mercoledì di aprile 2020 vi è stata una richiesta  addizionale di potenza pari a 5.000 MW. Questa, a sua volta, risulta inferiore di 10.000 MW rispetto alla richiesta in rete fatta nel medesimo giorno dell’anno precedente.

Peraltro la settimana dal 23 al 29 marzo 2020, durante “l’hard lockdown”, la diminuzione nella richiesta di energia elettrica rispetto al pari periodo 2019 è stata del 24%.

Questi numeri mi fanno dire, “a spanne”, che ad aprile 2020 risultavano regolarmente operative circa il 60% delle industrie italiane.

-> Più o meno <-

Questo 60% ha generato una percentuale tutto sommato marginale del totale delle infezioni COVID 19 registrate dalla Protezione Civile.

A partire da questi dati la riapertura modulata delle attività che avrà luogo a partire da maggio 2020 dovrebbe preoccuparci?

Si e no, io penso.

NO, se sarà accompagnata dalla dovuta attenzione, prudenza, formazione, monitoraggio e capacità di ricostruzione delle catene di contagio.

SI, se tali azioni non vedranno la luce.

Di una cosa ho realmente timore. Temo che, in assenza di una strutturazione delle misure di ricostruzione dei contagi e di reale formazione degli operatori sulle tre regole capisaldo [distanziamento, ove ciò non sia possibile protezione reciproca delle vie respiratorie (ok, pure gli occhi) e, soprattutto, lavaggio delle mani, lavaggio delle mani, lavaggio delle mani…], tutto si riduca all’adozione generalizzata di una “mascherina amuleto”.

Fino a che l’Rt ri-superererà l’unità e il 4% diventerà a due cifre.

Rimaniamo tuttavia ottimisti: la ripresa delle attività produttive in condizioni di rischio accettabile è cosa certamente fattibile, ad oggi.

Crediamoci tutti e lavoriamo perché questo avvenga. 

UPDATE DEL 25/04/2020

E’ stato pubblicato il report dell’ISS dal quale ho tratto le percentuali che ho presentato (cfr. pag. nn. 11, 12). 

 

 

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Logistica asimmetrica e COVID 19

Ho provato a profilare, con una curva logistica asimmetrica, l’andamento degli “attualmente positivi” rilevati dalla protezione civile in Italia.
Certamente ci saranno molti più casi, alcune fonti valutano che i numeri forniti siano sottostimati da 3 a 10 volte.
In ogni caso questo è il risultato.
Siamo completamente dentro al primo picco e dobbiamo tener duro.
Vedremo nei prossimi giorni.

Aggiornamento delle ore 19:00 del 28/03/2020

Rispetto al modello pubblicato, la previsione della sigmoide indicava, per oggi 28/03/2020, 70.263 “attualmente positivi” a fronte di un valore reale di n. 70.065 persone comunicato dalla protezione civile.
Il valore di saturazione, pari a circa 103.000 casi previsto per la metà di aprile, quindi non cambia.

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La strana letalità del Covid 19 in Italia

Disaggregando per regione i dati della Protezione Civile forniti ieri (17/03/2020) e mettendo in relazione la specifica letalità regionale con il rapporto dei tamponi effettuati sul numero dei soggetti positivi si ottiene la dispersione che riporto di seguito.

Ricercando la tendenza lineare, si osserva che all’aumentare del rapporto n.tamponi/n.positivi diminuisce il tasso di letalità.

Non si può nemmeno trascurare che la piramide demografica italiana è molto “panciuta” verso l’alto, rispetto ad altre società orientali. E sono proprio gli anziani la parte maggiormente vulnerabile alla SARS-Cov-2.

Sia come sia, probabilmente esistono in Italia molte, moltissime persone positive al Covid 19 non rilevate dalle statistiche.

Moltissime persone che, magari, hanno manifestato sintomi relativamente leggeri, non degni di essere portati all’attenzione di un medico.

La tendenza lineare, all’aumentare della numerosità dei test tampone, è probabilmente compatibile con il tasso di letalità recentemente ipotizzato dallo WHO (pari al 3,4%).

E se invece il tasso di letalità fosse prossimo a quello rilevato nello stato che ha effettuato il maggior numero di tamponi in assoluto, cioè la Corea del Nord? Lì il tasso di letalità è stabile e approssimativamente pari all’1%. Questo significherebbe che attualmente, in Italia, la popolazione che ha contratto l’infezione risulta sottostimata di almeno otto volte.

Vedremo.

Intanto, nell’attesa che gli studiosi dell’argomento effettuino i loro riscontri e raggiungano conclusioni scientifiche certe, stiamo a casa.

Tutti quelli che non fanno parte dei servizi essenziali e delle filiere produttive indicate dall’esecutivo, stiano a casa.

Tutti.

Nessuno escluso.

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Percezione del rischio, SARS-CoV-2, paura pubblica et al.

I paesi europei, prima che pure loro entrassero nel girone degli untori, hanno esorcizzato le possibili angosce, legate all’indeterminatezza di un’epidemia causata da corona virus, con la paura connessa invece ad un pericolo chiaro e determinato.

Molto meglio avere paura di un pericolo bene identificabile che essere angosciati per qualcosa che non possiamo avvertire e raffigurarci. Questa dinamica si innesca quasi sempre nel caso di situazione non comprese e/o comunque non direttamente percepibili (il caso delle fobie parossistiche da elettrosmog sono, in questo senso, da manuale).

Il pericolo, utilizzato come amuleto dall’Europa out of Italy, era proprio l’Italia e gli italiani (su questo punto fatevi il regalo di ascoltare il prof. Umberto Galimberti).

Noi peraltro, in una fase antecedente, ci siamo comportati esattamente nel medesimo modo. Solo un mese fa il problema, per tutti noi, era esclusivamente “cinese”, giusto[1]? Chiaramente identificabile sia come nazione sia come differenza somatica nelle persone. All’inizio ci si scherzava anche.

Tanto è vero che, fino al paziente uno di Codogno, si pensava che il rischio di contagio fosse esclusivamente ascrivibile a loro (blocco dei voli da e verso la Cina, fobie variamente articolate verso tutto ciò che possedeva occhi a mandorla, ecc.).

Immagino che anche ora, nei luoghi d’Italia meno frequentati dal Covid 19[2], si ritenga che l’infezione sia prevalentemente un problema del nord del nostro paese.

La scorsa settimana, quando ancora i bar erano aperti, sorseggiando un caffè ascoltavo di sottecchi una conversazione nella quale si affermava che il “problema vero dell’infezione è presente nella sola Lombardia”[3].

Ascoltando poi il bollettino quotidiano della protezione civile si avverte sempre una ulteriore suddivisione e catalogazione del pericolo: “ultrasettantenni con pluripatologie”.

Abbiamo la necessità psicologica di evitare l’angoscia dell’indeterminatezza e la esorcizziamo sostituendola con la paura di un pericolo identificabile e relativamente lontano da noi.

Da ultimo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha identificato il pericolo nell’intera Europa.

Ad ogni livello l’angoscia fa più paura della paura stessa.

E’ anche per questo che la decisione assunta dallo WHO ieri è stata rivoluzionaria: ha dichiarato la pandemia da SARS-Cov-2.

Non è un quindi un problema confinato ad uno stato o ad una specifica popolazione.

Non esistono confini, non esistono distinzioni, non esistono stati nazione.

La World Health Organization ha chiamato per nome e cognome ciò che tutti hanno cercato di scansare.

E si invertono pure i ruoli nel momento del bisogno: stati ritenuti amici chiudono i confini e, per converso, stati che rappresentavano “il pericolo numero uno” fino a meno di 15 gg fa, ci prestano soccorso.

Da una parte c’è un virus che cavalca goccioline di tosse con dimensione superiore a 5 micron, dall’altra c’è l’umanità intera.

Stiamo a casa[4]

Tutto andrà bene

[1] Il 10 febbraio 2020 si registravano in Cina 908 morti e 40.170 contagiati. Il 10 marzo 2020, un mese dopo, in Italia si contano 827 decessi e 12.462 contagiati.

[2] Esistono province italiane con solo uno o due casi di tampone positivo.

[3] Abito in Friuli Venezia Giulia.

[4] Da meccanico trovo impressionante l’analogia esistente tra i fenomeni di solidificazione metallurgica, governata da leggi di nucleazione e accrescimento, e quelli della diffusione territoriale dell’epidemia. Stare nella propria casa significa sia prevenire la nucleazione di focolai sia estinguere la successiva espansione e reticolazione. Le analogie non si fermano qui, a dire il vero. In ambito corrosionistico esiste una sterminata letteratura che tratta alcune specifiche lesioni corrosive con terminologia medica (es. vaiolatura, ulcere, tubercoli, pustole). A questo proposito si legga il gustosissimo “Dal lessico dei medici a quello dei corrosionisti” nel  Capitolo 1 del Pedeferri.

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SARS-Cov-2, qualche numero da incompetente

Oggi non discutiamo di atmosfere esplosive. Proprio no.

Poiché i numeri che vengono quotidianamente riportati dalla protezione civile differiscono in modo sostanziale da quanto accade in altri stati con epidemie estese, mi sono posto il seguente quesito: è possibile calcolare quante persone ora, in Italia, sono affette dal Covid 19?

NB: Il mio sarà un semplice esercizio, senza alcuna pretesa di esaustività.

Per fare questo calcolo, niente di più di un esercizio teorico, dobbiamo partire dai dati maggiormente affidabili che sono ora in nostro possesso: mi riferisco, in particolare, al numero di decessi. Questi certamente sono correlabili alla SARS-Cov-2 (non entro nella polemica dei decessi “a causa di corona virus” o “con il corona virus”. Non lo so).

Sono numeri certi che vengono quotidianamente forniti dalla protezione civile. L’evoluzione dei decessi, aggiornata a ieri, è la seguente (il dato percentuale si riferisce alla progressione rispetto al giorno precedente):

24-feb [6]

25-feb [10, +67%]

26-feb [12, +20%]

27-feb [17, +42%]

28-feb [21, +24%]

29-feb [29, +38%]

01-mar [34, +17%]

02-mar [52, +53%]

03-mar [79, +52%]

04-mar [107, +35%]

05-mar [148, +38%]

06-mar [197, +33%]

07-mar [233, +18%]

08-mar [366, +57%]

09-mar [463, +27%]

10-mar [631, +36%]

Si rileva una media di incremento giornaliera di circa il 37% e un tempo di raddoppio compreso tra i due e i tre giorni. Siamo purtroppo ancora dentro alla fase espansiva ed esponenziale dell’epidemia.

Stante quanto dichiarato dallo WHO, il tasso di letalità del Covid 19 è stimato al 3,4% rispetto al totale degli infettati. I numeri dei decessi fanno quindi supporre che i contagi siano molto superiori a quelli individuati con i tamponi. Relativamente all’ultimo dato del 10 marzo, i decessi dovrebbero essere emersi da un totale di persone contagiate non inferiore a:

n.persone contagiate = n. decessi/0,034 = 18.600 persone (circa)

La domanda da porsi, giunti a questo punto, è: quando?

A quando risale questo cluster di contagiati che ha determinato 631 decessi?

Questo ce lo dice una ricerca di “The Lancet” pubblicata il 9 marzo 2020. In essa si dice che: “[…] the median time to death was 18,5 days […]”.

Chi purtroppo soccombe al virus, busca la malattia mediamente 18,5 giorni prima.

In altri termini quella popolazione di 18.600 infette da Covid 19 che ha determinato un outcome di 631 decessi NON era riferibile al 10 marzo ma ad almeno 18 giorni prima.

Il 21 febbraio.

Con queste assunzioni, da quel numero iniziale (18.600 di contagi al 21 febbraio), riusciamo a derivarne quante persone dovrebbero essere ora teoricamente positive?

Facendo le seguenti assunzioni:

  • nei 18 giorni che separano il 21 febbraio dal 10 marzo il tasso di incremento della mortalità rimane costante (certamente forzata… è ben augurabile non sia così);
  • nel medesimo periodo il tasso di incremento di mortalità è correlato (anzi uguale) al tasso di incremento dell’infezione (ipotesi credibile);
  • l’evoluzione non è influenzata dalle misure di contenimento e mitigazione poste in essere (speriamo, anche in questo caso, che la cosa non si verifichi);

dovremmo riuscire nell’impresa.

La formula che ci consente di calcolare quanti siano gli infetti “oggi” (indipendentemente dal fatto che abbiano eseguito il tampone o meno) dovrebbe essere la seguente:

n.inf(10mar) = n.inf(21feb) (1+0,37)^18 = 5.375.400 persone (circa)

Dove, come intuitivamente si comprende:

  • n.inf(10mar) è il numero di infettati al 10 marzo
  • n.inf(21feb) è il numero di infettati al 21 febbraio

Oppure, in forma tabellare:

21-feb [18.600]

22-feb [25.482]

23-feb [34.910]

24-feb [47.827]

25-feb [65.523]

26-feb [89.767]

27-feb [122.981]

28-feb [168.483]

29-feb [230.822]

01-mar [316.226]

02-mar [433.230]

03-mar [593.525]

04-mar [813.130]

05-mar [1.113.987]

06-mar [1.526.163]

07-mar [2.090.843]

08-mar [2.864.455]

09-mar [3.924.303]

10-mar [5.376.296]

…5 milioni e 400 mila persone…

A supporto di questi numeri chiamo in aiuto la virologa Ilaria Capua che, a questo proposito, il 4 marzo, in una sua intervista a “La Stampa”, affermò che: “[…] i contagiati sono molti di più dei circa 2 mila dichiarati […] Forse anche oltre 100 volte tanto”.

Se i posti in terapia intensiva nei nostri ospedali non sono più di 6.000 e la percentuale di ospedalizzati critici non è inferiore al 9% dei contagiati bene comprendiamo che la flessione delle dinamiche (reali!) si sarebbe dovuta verificare non più tardi del 25 febbraio scorso.

Ogni giorno in più, a partire da questa data, si tradurrà in profonda sofferenza.

I visi seri e tirati di TUTTI gli epidemiologi visti in TV sono lì a dimostrarlo.

C’è da dire che:

  • i numeri indicati sono relativi a situazioni senza misure di contenimento;
  • non tengono conto della saturazione;
  • non tengono conto di parametri difficilmente quantificabili a priori.

Detto questo, se tra cinque-sette giorni le misure in atto non faranno vedere effetti la cosa diventerà molto problematica.

Qualche segnale positivo esiste. Il tempo di raddoppio dei decessi (la punta della piramide) è, ad oggi, compreso tra 2 e 3 giorni mentre il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva (la parte sottostante la punta della piramide) è in costante decrescita da almeno il 3 marzo scorso e, ad oggi, è circa di 4 giorni.

Buona fortuna a tutti noi.

Stiamo a casa, rallentiamo.

Poi, come dice Fabio De Luigi, l’iperattivo che c’è in noi potrà tornare, tra qualche tempo, al suo normale stato di natura.

…tutto andrà bene…

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Covid 19, post muto

“[…] è possibile in breve stabilire che […] il tempo di raddoppio dei casi è attualmente […] di poco più di due giorni […]”

Enrico Bucci, 2 marzo 2020 [Sbarro Institute for Cancer research and Molecular Medicine, Temple University, Philadelphia PA USA]

“Se non seguiremo molto bene le norme di precauzione pagheremo un prezzo molto alto. È il momento di essere tutti attenti e disciplinati, evitando comportamenti ribelli e soluzioni individuali che potrebbero esporre a rischi seri”

Massimo Galli, 7 marzo 2020 [Direttore responsabile del reparto di malattie infettive, Ospedale Luigi Sacco, Milano]

“Anche se preliminari, questi dati confermano le osservazioni fatte fino a questo momento nel resto del mondo sulle caratteristiche principali dei pazienti, in particolare sul fatto che gli anziani e le persone con patologie preesistenti sono più a rischio […] [sono persone che] dobbiamo proteggere il più possibile”

Silvio Brusaferro, 5 marzo 2020 [Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità]

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Corona Virus e percezione pubblica del rischio

Essere in condizioni di “sicurezza” significa essere esposti a condizioni di rischio accettabile dove, con “accettabile”, non si intende “nullo”.

Come annullare il rischio? Spieghiamoci con un esempio: l’unico modo per annullare il rischio di cadere dalle scale, scendendole, è evitare di utilizzarle. Si rimane chiusi in casa, si evita di uscire dal proprio appartamento per l’intera vita e così si azzera il rischio di caduta dalle scale. Attenzione, però. Rimanendo chiusi in casa si aumenta l’esposizione ad altri fattori di rischio. La “casa dolce casa” è imbottita di rischi, palesi ed occulti. Almeno 8.400 decessi all’anno si verificano, infatti, tra le quattro mura domestiche.

Un altro esempio?

Come annullare il rischio di incidente stradale? Risposta: non si deve utilizzare l’auto, il motorino, la bicicletta e si deve evitare di andare pure a piedi, dato che esiste una probabilità non nulla di essere investiti (612 decessi di pedoni nel 2018).

E per annullare il rischio di incidente sul luogo di lavoro? Risposta: […]

Viviamo in un mondo interconnesso, in una società del rischio, come diceva l’illustre sociologo Ulrich Beck nel suo citatissimo, ma molto poco leggibile (e, credo, molto poco letto) saggio.

Siamo immersi nei rischi.

Nel 2018 hanno perso la vita 3.325 persone in incidenti stradali. Per raffigurarsi l’enormità di tale fenomeno immaginiamo che, proprio in quell’anno, siano caduti al suolo una ventina di aeroplani di linea della tratta Roma-Milano. Roma e Milano distano, in linea d’aria, 480 km. Quindi un aereo ogni 25 km.

Continuiamo? Il 46% di tutti i decessi per tumore in Italia (circa 80.000 nel 2012) sono riconducibili a fattori di rischio potenzialmente modificabili. Il fumo, per esempio, causa da solo 41.000 decessi/anno nel nostro paese. Altri 200 aeroplani di linea dei quali 160 carichi di uomini e 40 di donne.

L’obesità è invece correlabile ad altri 8.000 decessi.

L’influenza (da alcuni definita banale, non certo da me, stante il mio abbonamento circa biennale) è correlata ad un eccesso di mortalità non inferiore a 8.000 persone/anno. L’esercizio con gli aeroplani lo lascio ai miei due lettori.

Per converso, nel 2016, ultimo anno rilevato dall’ISS, sono morti per AIDS “solo” 532 persone grazie alla presenza delle terapie antivirali. Un deciso passo in avanti rispetto al 1995 (quell’anno se ne andarono, a causa dell’infezione, circa 4.600 persone).

Un dato spesso non noto è quello delle persone che decidono volontariamente di togliersi la vita. Ogni anno circa 4.000 nostri concittadini scelgono di compiere questo gesto estremo. Molti di più dei decessi per incidente stradale.

Ci si potrebbe chiedere, giunti a questo punto, quale sia il rischio “naturale” che noi tutti corriamo. Il rischio basale, non eliminabile e connesso al semplice fatto di “esistere” in un dato luogo. Un importante specialista del settore dei grandi rischi industriali nel 2006 ha cercato di rispondere a questa domanda e, tenendo conto della media dei dati del venticinquennio compreso tra il 1981 e il 2006, ha stimato:

  • 100 decessi/anno per terremoto;
  • 30 decessi/anno per alluvione;
  • 20 decessi/anno per fulminazione;
  • 40 decessi/anno per punti di insetti/morsi.

Sommando si ottengono, quindi, circa 190 decessi/anno per cause completamente naturali collegate al semplice “vivere” nel nostro territorio. Questi numeri si traducono in una probabilità complessiva di mortalità individuale pari a 3,3E-6 per anno.

…il famoso “dieci alla meno sei”…

Il rischio zero, come si vede, non esiste nemmeno se ci isolassimo dal mondo e vivessimo nella baita del nonno di Heidi in compagnia del solo cane “Nebbia”.

Ora, la sensazione è che questi numeri, questa enorme enormità di cause e concause di decesso, sia data per scontata da molti tra noi. In modo cosciente o no. Il rischio, peraltro, è soggetto a “desensibilizzazione”. Più ne siamo esposti meno ne percepiamo l’entità.

Pian piano diventiamo ciechi alle sue potenziali conseguenze.

Al contrario pare assodato che i rischi emergenti e/o nuovi vengano molto sovrastimati e ci facciano molta paura. E questo nonostante la continua e quotidiana esposizione a rischi molto più preoccupanti[1].

A questo proposito, grazie anche al clamore mediatico di queste ultime settimane, sembra che il Corona Virus sia diventato l’unico fattore di rischio per l’intera popolazione italiana. Un virus, il Covid-19, definito da Ilaria Capua “sindrome simil-influenzale da coronavirus”.

Certamente i numeri che si leggono non sono rassicuranti, non fosse altro perché esiste uno strato della nostra popolazione, quella più anziana e magari già affetta da altre patologie, estremamente vulnerabile alle conseguenze di questa nuova malattia. Le autorità competenti stanno lavorando alla cosa.

Diamo loro fiducia.

Teniamo in conto che i decisori pubblici stanno operando in condizioni di “incertezza”: il profilo e la distribuzione delle probabilità di accadimento di questo nuovo rischio non sono infatti note con precisione. Così come non si conoscono le retroazioni alla diffusione dell’infezione. Pare non esistano ancora statistiche affidabili sul fenomeno “Corona Virus” diffuso nel corpaccione dell’occidente avanzato[2].

E quindi la mancanza dei pattern di distribuzione di probabilità non consente, a priori, di definire il problema in termini di “rischio” bensì solo di “incertezza”, come definita in ISO 31000:2018 e, molti anni fa, da Frank Knight.

Chi assume decisioni deve, quindi, fare esclusivo affidamento ad una valutazione soggettiva dei parametri in gioco, ancorché mediata da pareri esperti. In questa prima fase si ha l’impressione che le pubbliche decisioni si siano orientate a privilegiare nettamente i benefici delle scelte in termini di sanità pubblica a scapito dei costi economici che queste determineranno nel breve e medio periodo. La quarantena generalizzata è, in questo senso, null’altro che la concreta applicazione del principio di precauzione.

Non mi soffermo oltre su questo aspetto. Posso solo immaginare cosa voglia significare prendere decisioni in queste condizioni. L’argomento fa parte, peraltro, di un ampio capitolo che potrebbe intitolarsi “La democrazia e le paure della collettività” che lascio volentieri ad altri.

Detto questo ci si chiede, però, quale sia la vera ragione dell’isteria che si è instillata nella testa di una grossa parte della popolazione: alberghi e treni deserti, supermercati svuotati, detergenti disinfettanti e mascherine esaurite in farmacia, presidenti di regione che mettono in quarantena scolaresche rientrate dalle gite(!).

Sembra la sceneggiatura di un film distopico. Una cosa tipo “Apocalisse Zombie”. Senza gli Zombie.

Il problema, oltre a quanto descritto in precedenza, credo sia connesso al fatto che, per maggior parte della popolazione:

  • il rischio è “o tutto o niente”;
  • il rischio zero esiste;
  • si sopravvalutano le cause di morte di eventi poco probabili e, al contrario, si sottovalutano gli accadimenti più frequenti e presenti nella vita di ciascuno di noi[3];
  • non sono ad oggi valutabili gli impatti economici delle scelte fatte;
  • le decisioni, anche pubbliche, paiono assunte in condizioni emotivamente non neutre.

In conclusione, gestire un’emergenza sanitaria e di psicosi sociale date queste condizioni al contorno appare molto, molto difficile.

Ed ora vado a rilavarmi le mani…

UPDATE del 01/03/2020: regaliamoci la lettura della nota che i Proff. Sergio Rosati e Luigi Bertolotti, del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, hanno inviato ai loro studenti di Medicina Veterinaria. Equilibrata, profonda e accessibile.

[1] Personalmente mi sono recentemente accorto della cosa quando, durante un corso aziendale volto a sensibilizzare il personale al rischio connesso alla manipolazione di sostanze chimiche infiammabili, tossiche e corrosive, qualcuno dei partecipanti mi ha chiesto un’opinione sul “Corona Virus”. Con dibattito conseguente difficile da sedare. O quando, ancora, di fronte alla macchinetta del caffè un corrucciato RSPP mi chiedeva conto del problema connesso agli effetti a lungo termine dei campi elettromagnetici domandandomi, durante la mia risposta, se ci si poteva spostare all’esterno per la sua “pausa sigaretta”.

[2] Gli unici dati quantitativi derivano da pubblicazioni scientifiche elaborate in base a quanto accaduto in Cina che possiede, notoriamente, un sistema sociale e di sanità pubblica radicalmente differente da quello occidentale.

[3] “[…] The primary bias refers to the common tendency to overestimate infrequent causes of death while underestimating more frequent causes […]” Johnson, Tversky, 1983

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