I dubbi sul calcolo delle distanze a rischio di esplosione. Risolti

Disclaimer: post lungo e un po’ specialistico.

È trascorso circa un anno e mezzo dalla piena entrata in vigore della norma CEI EN 60079-10-1:2016, relativa alla classificazione dei luoghi a rischio di esplosione per presenza di gas e vapori infiammabili, ma la sua completa attuazione manifesta ancora parecchie viscosità.

Questo fatto è probabilmente attribuibile da un lato alle innovazioni, a volte radicali, che la seconda edizione della norma porta con sé, dall’altro alla mancata pubblicazione di un guida chiarificatrice dei non pochi nodi interpretativi che necessitano di soluzione.

Oggi vorrei soffermarmi su uno tra gli aspetti più problematici della CEI EN 60079-10-1:2016: la determinazione delle distanze a rischio di esplosione presenti nel campo vicino di emissione. Al calcolo di tali ampiezze è dedicato l’allegato D intitolato “Stima delle zone pericolose”. In particolare ci focalizzeremo su due scenari di rilascio che da soli, escludendo gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, probabilmente ricomprendono l’80% delle criticità ATEX presenti nei siti produttivi:

  • lo sversamento di pozze di liquido infiammabile;
  • l’emissione di gas infiammabile da guasti non catastrofici a sistemi di contenimento.

La premessa ai ragionamenti che faremo di seguito è che l’allegato che analizzeremo è “informativo”. In altri termini, cioè, pur essendo le indicazioni ivi contenute in accordo con lo “spirito” della norma, ciascuno è libero di utilizzare metodologie di calcolo alternative che evidenzino, però, un’affidabilità paragonabile.

Sversamento di pozze di liquido infiammabile

Iniziamo con l’analisi del nomogramma D.1 che correla tre tipologie di dispersione (Jet, Diffusive, Heavy gas) al rilascio volumetrico caratteristico e la cui rappresentazione è di seguito riportata.

Il normatore specifica, nella seconda edizione della norma EN 60079-10-1, che: “Questo diagramma è stato sviluppato sulla base delle equazioni di continuità della massa e su simulazioni scelte di fluidodinamica computazionale (CFD), assumendo una distanza di dispersione proporzionale alla radice quadrata dei valori sull’asse X e moderando i risultati ottenuti in relazione alle finalità della presente Norma”.

A questo riguardo il BSI britannico ha espresso una posizione assai critica proprio relativamente a questo. Tra le varie annotazioni riportate nel recepimento BS della EN, si riscontra anche la seguente: “(…) per la valutazione dell’evaporazione di una pozza di idrocarburi volatili è necessario utilizzare altre norme e fonti di informazione per effettuare controlli incrociati dei risultati al fine di garantire che i rischi siano ridotti al minimo ragionevolmente possibile”.

In altri termini l’UK mette in dubbio l’affidabilità delle distanze desumibili dalla figura D.1 per l’heavy gas e consiglia di utilizzare altre fonti per determinare le distanze di classificazione. Il riferimento, in particolare, è agli scenari di emissione causati da sversamenti di pozze di infiammabili.

Ed è proprio a questo proposito che l’attuale proposta di terza edizione (inchiesta pubblica chiusa il 18/10/2019) reca la seguente, provvisoria, annotazione: “(…) le curve/linee presenti nel grafico D.1 sono basate su simulazioni di fluidodinamica computazionale per diverse “velocità di ventilazione”. Le distanze indicate sono stimate essere il caso peggiore per il rilascio dato. Ciò è stato comprovato dalle simulazioni CFD e dalle distanze indicate in codici industriali affidabili”.

Purtroppo, relativamente a questo, non esiste una pubblicazione scientifica che consenta, in modo indipendente, di chiarire definitivamente la questione. Non conosciamo, in altri termini, quale sia la metodica posta alla base della costruzione delle rette logaritmiche presenti nella Figura D.1. Alcune verifiche da me condotte, e qui pubblicate, suggeriscono che ne caso di rilasci in pozza le distanze di classificazione indicate in D.1 siano in vantaggio di sicurezza rispetto al fenomeno reale nel caso di velocità locali dell’aria pari a 0,25 m/s. Per velocità inferiori, e per alcuni specifici liquidi infiammabili, le distanze restituite dal nomogramma potrebbero essere invece in difetto di sicurezza. Il consiglio è quindi quello di adottare, per lo scenario da pozza, i seguenti coefficienti di sicurezza (as):

  • uw = 0,25 m/s: as = 1;
  • uw = 0,1 m/s: as = 2;
  • uw = 0,05 m/s: as = 3.

Come risulta ancor più chiaramente dalla figura precedente, che esprime la D.1 in scala lineare in luogo di quella logaritmica, volumi di rilascio caratteristico pari a 10 mc/s determinano distanze pericolose superiori a 30 m (nella norma l’ascissa è definita fino a 100 mc/s). Lo standard EI 15:2015, a questo proposito, fissa proprio a 30 m la distanza di classificazione dovuta a pozza, oltre la quale il concetto di classificazione perde di significato. Un aspetto interessante, specificato proprio in EI 15:2015, è relativo all’altezza della dispersione (fino all’LFL); in tale norma si suggerisce, nel caso di liquidi C, di assumere un’altezza di classificazione pari a 1 m oppure, per liquidi molto volatili oppure emessi ad alta temperatura, si consiglia un’altezza di classificazione di 3 m. In questo senso l’incidente accaduto nel petrolchimico di Buncefield (UK) nel 2005, dovuto allo sversamento di una rilevantissima pozza di benzina (superficie stimata non inferiore a 120.000 mq), fornisce la reale misura della “massima altezza raggiungibile” dai vapori di un liquido infiammabile tipico. Le varie inchieste condotte convergono, infatti, nell’affermare che il range di ampiezza verticale fosse compreso nell’intervallo 2÷3 m. Ovviamente il caso di Buncefield, oltre a non essere incluso nel campo di applicazione della CEI EN 60079-10-1:2016, rappresenta un caso limite anche nell’ambito degli incidenti rilevanti.

Ci siamo quindi, almeno per la parte relativa alle classificazione da pozza? Sintetizzo ed integro quanto più sopra specificato:

  1. Determinare il rilascio volumetrico caratteristico della pozza;
  2. Utilizzare la figura D.1 per determinare la distanza della zona pericolosa (a partire da bordo pozza) utilizzando il modello “heavy gas” e fissando un limite inferiore di 1,3 m;
  3. Applicare i coefficienti di sicurezza specificati in relazione alla velocità dell’aria (0,25 m/s, 0,1 m/s, 0,05 m/s);
  4. L’altezza della zona classificata si determina invece con la curva “diffusive” facendo attenzione a non superare i 3 m di altezza di classificazione.

Emissione di gas infiammabile da guasti (non catastrofici) a sistemi di contenimento

Le dinamiche di dispersione degli infiammabili gassosi derivanti da guasti a sistemi di contenimento a pressione trovano la loro quantificazione nell’emissione “jet” (considereremo solo le emissioni soniche).

Il principale problema connesso a tali emissioni è legato al fatto che il nomogramma risulta limitato a distanze di classificazione non inferiori ad 1 m. Se tale considerazione poteva apparire dubbia nell’ambito applicativo della seconda edizione della EN 60079-10-1, non essendoci una chiara indicazione che vietasse l’estensione delle rette logaritmiche al di sotto dell’ascissa, con la terza edizione verrà definitivamente chiarita. Il progetto di norma tecnica, sottoposto ad inchiesta pubblica chiusa il 18/10/2019, specificava che: “L’estrapolazione delle curve oltre l’area del grafico mostrata nella Figura D.1 non è possibile da realizzare a causa di altri fattori che possono influenzare la valutazione oltre i limiti indicati”.

Ci siamo quindi? La distanza minima di classificazione, applicando la D.1, non può essere inferiore ad 1 m.

Nella realtà industriale italiana, tuttavia, esistono molte situazioni di tipo “jet”, già classificate con gli strumenti previsti dalla linea guida CEI 31-35:2012, che evidenziano distanze pericolose inferiori al “metro” previsto dalla seconda edizione EN 60079-10-1. Il riferimento, in particolare, è all’applicazione delle equazioni “f.GB.5.1-5a” ed “f.GB.5.1-5b” (non trovate che la numerazione delle equazioni di CEI 31-35 sia migliorabile?…)

Alla luce di questo e stante il parere espresso dal Sotto Comitato CEI SC 31J nel foglio di abrogazione della linea guida CEI 31-35:2012 che recitava: “[…] i contenuti tecnici della Guida CEI 31-35:2012-02 […][rappresentano][…] un utile riferimento, per le metodologie scientifiche in esse contenute, relativamente alle parti non in contrasto con la nuova edizione della Norma CEI EN 60079-10-1:2016-11, nell’ambito delle scelte affidate al valutatore/classificatore” è ragionevole concludere che le equazioni appena citate non siano in contrasto con la norma bensì integrative della medesima per gli scenari di rilascio e dispersione da questa non coperti (dz,jet < 1m).

Si annota che nel corso degli anni sono state proposte molte funzioni matematiche che consentono di determinare la relazione tra la distanza dalla sorgente di emissione sonica e la concentrazione della sostanza nell’ambiente.

Si citano di seguito quelle maggiormente diffuse, contestualizzandone la simbologia in ambito ATEX e rimandando per i dettagli alle pubblicazioni relative.

Anche in questo caso sintetizzo ed integro quanto più sopra specificato:

  1. Determinare il rilascio volumetrico caratteristico del rilascio a getto sonico;
  2. Utilizzare la figura D.1 per calcolare la distanza della zona pericolosa utilizzando il modello “jet” e fissando un limite inferiore di 1 m;
  3. Nel caso di distanza inferiore ad 1 m utilizzare un metodo quantitativo tra quelli proposti dando priorità all’equazione f.GB.5.1-5b, CEI 31-35:2012 (equazione di Tommasini).

Molto interessante sarebbe impostare un confronto tra le equazioni ingegneristiche che si sono via via accumulate nel corso del tempo e le previsioni dell’attuale allegato D, CEI EN 60079-10-1:2016.

Magari la prossima volta…

© Marzio Marigo

Share

Decreto 8 novembre 2019 e nuova classificazione delle zone a rischio di esplosione

Qual è il tuo calore preferito? [Anonimo, Twitter]

Discuteremo oggi di un argomento tecnico con ampie ricadute applicative. Cercheremo infatti di correlare la recente ed importante regola tecnica di prevenzione incendi riguardante la sicurezza degli impianti per la produzione di calore al tema della classificazione delle zone a rischio di esplosione.

La recente promulgazione del Decreto 8 novembre 2019 (Approvazione della regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, la realizzazione e l’esercizio degli impianti per la produzione di calore alimentati da combustibili gassosi. D’ora in avanti “Decreto”) avrà ampie ricadute in tutti gli ambiti normati dal provvedimento medesimo.

Il Decreto consente, grazie alla formulazione e alla strutturazione particolarmente precisa con la quale è stato costruito, di rispondere anche ad alcuni quesiti rimasti aperti in conseguenza dell’entrata in vigore della Norma CEI EN 60079-10-1:2016 (Classificazione dei luoghi. Atmosfere esplosive per la presenza di gas. D’ora in avanti “Norma”).

Ci si riferisce, in questo contesto, al regime di esclusione previsto dalla Norma. Questa, infatti, trova applicazione nei luoghi in cui vi può essere pericolo di accensione di atmosfera esplosiva ATEX causata dalla presenza di gas o vapori infiammabili. Sono tuttavia escluse dall’ambito applicativo le seguenti fattispecie:

  • miniere con possibile presenza di grisou;
  • luoghi di trattamento e produzione di esplosivi;
  • guasti catastrofici o malfunzionamenti rari specificati negli articoli nn. 3.7.3 e 3.7.4 della Norma;
  • locali adibiti ad uso medico;
  • applicazioni in ambiti commerciali e industriali dove il gas combustibile è utilizzato solo a bassa pressione, ad esempio, per la cottura dei cibi, il riscaldamento dell’acqua e impieghi similari, e dove l’impianto è realizzato nel rispetto di regolamentazioni specifiche del comparto gas;
  • ambienti domestici;
  • luoghi dove il pericolo può manifestarsi per la presenza di polveri o fibre combustibili. I principi della Norma CEI EN 60079-10-1 possono tuttavia essere utilizzati per valutazioni in presenza di miscele ibride (si veda, a questo proposito, anche la Norma CEI EN 60079-10-2).

Tutte le esclusioni elencate, ad eccezione di quella relativa all’utilizzo di gas combustibili a bassa pressione, erano sostanzialmente presenti anche nell’edizione del 2010 della Norma e quindi ampiamente metabolizzate dal personale preposto alla classificazione delle zone.

Ed è però quella ora citata un’esclusione particolarmente interessante e con ampie ricadute nel nostro tessuto industriale. Saranno, a questo proposito, quattro le condizioni necessarie per escludere dalla CEI EN 60079-10-1:2016 le applicazioni utilizzanti gas combustibile:

  1. applicazioni in ambiti commerciale o industriale;
  2. utilizzo di gas combustibile per la cottura dei cibi, il riscaldamento dell’acqua e impieghi similari;
  3. bassa pressione del gas combustibile;
  4. conformità a regolamentazioni specifiche del comparto gas.

Precisiamo, innanzi tutto, che per bassa pressione del gas combustibile sia da intendere quanto indicato dal Decreto 16/04/2008  relativamente alle condotte di 7a specie:

  • condotte con pressione massima di esercizio minore o uguale a 0,04 barg.

L’anzidetta informazione è presente pure nel Decreto 8 novembre 2019 il quale inoltre evidenzia, all’articolo 2, che gli impianti debbano essere realizzati in modo tale da:

  1. evitare, nel caso di fuoriuscite accidentali di combustibile gassoso, accumuli pericolosi del combustibile medesimo nei luoghi di installazione e nei locali direttamente comunicanti con essi;
  2. limitare, in caso di evento incidentale, danni alle persone;
  3. limitare, in caso di evento incidentale, danni ai locali vicini a quelli contenenti gli impianti.

Il punto 1., in particolare, indica che l’applicazione del Decreto consente una diluizione del gas combustibile a concentrazioni inferiori all’LFL (Lower Flammable Limit) rendendo possibile, in questo senso, il non considerare a rischio di esplosione il campo lontano di classificazione. Per poter raggiungere tale importante obiettivo il provvedimento prevede una strategia integrata di prevenzione dell’ATEX che si concretizza, essenzialmente, nelle seguenti tre tipologie di approccio:

  • predisposizione di aperture di ventilazione permanente da realizzarsi su pareti esterne;
  • installazione di impianto di rivelazione fughe gas comandante un’elettrovalvola automatica a riarmo manuale installata all’esterno del locale e dispositivi di segnalazione ottici e acustici;
  • nel caso di situazioni con aggravio di rischio (es. locali sottostanti o contigui a locali di pubblico spettacolo, ad ambienti soggetti ad affollamento superiore a 0,4 persone/mq, installazione a quota inferiore a -5 m e sino a -10 m al di sotto del piano di riferimento) limitazione della pressione massima di esercizio (MOP) a valori non superiori a 0,04 barg.

La dimensione delle aperture di ventilazione (S) dovrà quindi soddisfare la seguente regola generale[1]:

S ≥ k×z×Q

Dove:

  • k è un parametro dipendente dalla posizione della centrale termica rispetto al piano di riferimento ricavabile da specifiche tabelle presenti nel Decreto;
  • z è un parametro che tiene in considerazione la presenza di un impianto di rivelazione gas che comanda una elettrovalvola automatica a riarmo manuale all’esterno del locale e dispositivi di segnalazione ottici e acustici modulato in funzione della posizione della centrale termica rispetto al piano di riferimento. Il valore è ricavabile da specifiche tabelle presenti nel Decreto;
  • Q è portata termica totale espressa in kW.

Si noti che l’installazione di un controllo di esplodibilità sia considerata una misura da utilizzarsi a solo supporto della ventilazione naturale. Non è consentito un suo utilizzo in forma esclusiva per prevenire l’ATEX.

Il Decreto specifica altresì che l’applicazione del medesimo abbraccia i gas combustibili delle seguenti famiglie (cfr. UNI EN 437:2019):

  • 1a: gas manifatturati (gas di città)
  • 2a: gas naturale
  • 3a: gas di petrolio liquefatto

Concludendo, la lettura congiunta del Decreto 8 novembre 2019 e dell’art. 1, CEI EN 60079-10-1:2016 consente di delineare con maggior precisione le esclusioni previste dalla Norma di classificazione nel caso di impianti con portata termica complessiva superiore a 35 kW. La classificazione delle zone a rischio di esplosione non si applicherà quindi quando ricorrano contemporaneamente le seguenti condizioni:

  1. applicazioni commerciali o industriali nei seguenti ambiti: a.1) climatizzazione di edifici e ambienti, a.2) produzione di acqua calda, acqua surriscaldata e vapore, a.3) cottura del pane e di altri prodotti simili (forni) ed altri laboratori artigiani, a.4) lavaggio biancheria e sterilizzazione, a.5) cottura di alimenti (cucine) e lavaggio stoviglie, anche nell’ambito dell’ospitalità professionale, di comunità e ambiti similari;
  2. utilizzo di gas manifatturatto, gas naturale o GPL;
  3. pressione del gas non superiore a 0,04 barg;
  4. piena conformità al Decreto 8 novembre 2019.

Rimane inteso che nel caso di portata termica complessiva pari o inferiore a 35 kW troverà applicazione la Norma Tecnica UNI 7129-X.

Infine, poiché il Decreto 8 novembre 2019 esclude dal proprio campo di applicazione le seguenti fattispecie impiantistiche:

  • impianti realizzati specificatamente per essere inseriti in cicli di lavorazione industriale;
  • impianti di incenerimento;
  • impianti costituiti da stufe catalitiche;
  • impianti costituiti da apparecchi di tipo A ad eccezione di quelli per il riscaldamento realizzati con diffusori radianti ad incandescenza;

queste dovranno essere necessariamente incluse nel campo applicativo della norma CEI EN 60079-10-1:2016.

[1] Pur avendo una sua piena e legittima motivazione storica, appare singolare che il dimensionamento delle aperture di ventilazione, finalizzato ad evitare la formazione di atmosfere esplosive all’interno di luoghi chiusi, sia collegato alla portata termica totale del generatore di calore. La ventilazione, e la diluizione in aria degli eventuali gas combustibili emessi, dovrebbe essere funzione dell’entità dei potenziali fori di guasto prevedibili, della pressione esistente all’interno delle tubazioni di adduzione e dell’ampiezza planovolumetrica della centrale termica. Innovativo risulta altresì il collegamento dell’ampiezza della superficie di ventilazione al controllo di esplodibilità dell’ATEX (CDEA). Per locali fuori terra, per esempio, la diminuzione di superficie ventilante, in presenza di un CDEA, può arrivare fino al 20% del valore nominale. Tale correlazione non risulta però desumibile né dalla letteratura scientifica sull’argomento né dalla Norma Tecnica che rappresenta lo stato dell’arte del settore (CEI EN 60079-29-X).

Corso di formazione: CLASSIFICAZIONE ATEX E RISCHIO DI ESPLOSIONE: WORKSHOP AVANZATO (MILANO, 7 FEBBRAIO 2020)

Share

I Sistemi Strumentati di Sicurezza (SIS) e la nuova norma di classificazione CEI EN 60079-10-1:2016

Propongo, con questo intervento, una riflessione su un argomento spesso trascurato e riguardante la relazione tra la sicurezza funzionale e il rischio di esplosione.

Un aspetto particolarmente innovativo presente nella nuova norma di classificazione CEI EN 60079-10-1:2016 (entrata definitivamente in vigore ad ottobre 2018) è legato all’introduzione del concetto di riduzione del rischio ALARP (tanto basso quanto ragionevolmente praticabile, As Low As Reasonably Practicable) in relazione alla possibilità che l’eliminazione dell’ATEX[1] e/o delle sorgenti di accensione non risulti tecnicamente praticabile. Tale concetto, diffusamente presente in ambito anglosassone, appare sostanzialmente assente nel contesto prevenzionistico italiano . Anche laddove le tecniche di valutazione del rischio sono più sviluppate, come per l’applicazione della Direttiva Seveso III (D.Lgs. n. 105/2015), ci si ferma sempre “un po’ prima”, calcolando sia le frequenze dei vari TOP EVENT sia simulando gli effetti prevedibili di rilascio senza combinare linearmente, però, i due parametri. A questo proposito l’articolo 5.1 della Ed. 2 della EN 60079-10-1 specifica che i sistemi di controllo progettati e installati conformemente a standard relativi la sicurezza funzionale (es. IEC 61508, IEC 61511, IEC 62061, IEC 60079-29-3) possono ridurre la potenzialità di una sorgente di emissione e/o la quantità del relativo rilascio (es. controlli di sequenza in cicli batch, sistemi di inertizzazione).

Dove applicabili, le Funzioni Strumentate di Sicurezza (SIF) connesse a Sistemi Strumentati di Sicurezza (SIS) possono essere considerate nella classificazione delle aree pericolose. A questo riguardo si ricorda che un SIS è composto da almeno tre elementi:

  1. sensore: rileva un potenziale pericolo e produce un segnale elettrico che viene inviato ad un solutore logico. Esempi di sensori sono i trasmettitori di pressione, i trasmettitori di livello, i misuratori di temperatura ecc;
  2. solutore logico: rileva il segnale elettrico che supera una determinata soglia e invia un segnale agli elementi finali. I solutori logici possono essere computer, controllori elettronici programmabili (PLC) e circuiti relè;
  3. elemento finale: svolge la funzione di sicurezza. Esempi di elementi finali sono le valvole di arresto, gli interruttori automatici, i motori, i ventilatori ecc.

Una SIF è una funzione che “fa qualcosa” a seguito della rilevazione sopra/sottosoglia del parametro di processo monitorato (es. intercettazione di valvole di interblocco, disalimentazione utenze elettriche e/o fluidiche, attivazione di sistemi di ventilazione di emergenza, ecc.). I tre sottosistemi devono peraltro agire di concerto per individuare la deviazione (cioè la domanda) e portare l’Apparecchio Sotto Controllo (EUC) in uno stato sicuro. In breve, le SIF associate al SIS:

INDIVIDUANO -> REAGISCONO -> SCONGIURANO

Si riportano di seguito alcuni esempi di SIF in ambito ATEX:

  • sistemi di controllo della ventilazione artificiale generale (VAG);
  • sistemi di controllo della ventilazione artificiale locale (VAL);
  • sistemi controllo del flussaggio di gas inerte in impianti di processo operanti con fluidi infiammabili;
  • sistemi di controllo del purgaggio con gas inerte in impianti di processo operanti con fluidi infiammabili;
  • sistemi di controllo di livello alto-alto in serbatoi contenenti fluidi infiammabili;
  • sistemi di controllo di livello alto-alto in silos di contenimento polveri combustibili;
  • ambienti con controllo di esplodibilità dell’atmosfera;
  • ambienti con controllo di temperatura dell’atmosfera;
  • sistemi di monitoraggio delle tenute d’albero in pompe centrifughe dedicate al trasferimento di liquidi infiammabili;

A titolo illustrativo si riepilogano (adattate) le prescrizioni contenute nell’articolo 8 della guida CEN TR 15281 (Guida all’inertizzazione per la prevenzione delle esplosioni). Tale articolo dettaglia le specifiche di affidabilità richieste ai sistemi di inertizzazione. In particolare la definizione dei requisiti per i SIS destinati al presidio di sistemi di inertizzazione presuppone le seguenti fasi:

  • definizione delle strategie di sicurezza per le apparecchiature inertizzate. Ciò può comportare l’utilizzo dell’inertizzazione per modificare la probabilità di formazione di ATEX;
  • identificazione sistemi strumentati di sicurezza (SIS) distinti dai sistema di controllo di processo base (BPCS[2]) secondo le definizioni contenute nelle norme da IEC 61508-1 a IEC 61508-3;
  • conformità dei SIS ai Requisiti Essenziali di Sicurezza (RES) della direttiva europea 2014/34/UE nonché essere oggetto di una specifica valutazione di conformità;
  • effettuazione della valutazione dei rischi conformemente alla norma IEC 61508-1 alla IEC 61508-3 o ad una norma di sicurezza equivalente o superiore. I SIS dovranno essere conformi alla IEC 61511-1 alla IEC 61511-3 o ad una norma di sicurezza equivalente (o a maggiore sicurezza).

Il dimensionamento del livello di integrità di sicurezza (SIL) delle varie funzioni strumentate di sicurezza (SIF) relative al SIS dovrà partire necessariamente, nella logica ALARP, dall’identificazione dei confini tra “tollerabilità” e “tollerabilità generalizzata” del rischio in ambito ATEX. Tale parametro è calcolabile adottando una definizione di rischio e determinando numericamente i parametri critici in essa contenuti.

—   —   —

A margine della riflessione complessiva più sopra esposta, si rileva che a seguito dell’abrogazione della linea guida CEI 31-35:2012 si apre la grande partita sul valore aggiunto da dare (ora) all’installazione di sistemi di controllo dell’esplodibilità in luoghi classificati a rischio di esplosione. L’art. 7 della CEI 31-35:2012 consentiva, infatti, la parziale declassificazione del campo lontano ATEX in presenza di tali sistemi.

“Consentiva di declassificare”

AND

“Prima dell’abrogazione”

E ora?

—   —   —

[1] ATEX: Atmosfera Esplosiva

[2] BPCS: Basic Process Control System

Corso di formazione: CLASSIFICAZIONE ATEX E RISCHIO DI ESPLOSIONE: WORKSHOP AVANZATO (MILANO, 7 FEBBRAIO 2020)

Share