SAFETY FIRST! PER DAVVERO?

Ho sempre nutrito verso gli slogan relativi alla sicurezza (“Safety First”, “Infortuni zero”, “Tutti gli incidenti sono prevenibili”, ecc.) una certa diffidenza pur essendo consapevole della loro facile memorizzabilità, della semplificazione che introducono e della loro (relativa) utilità.

A quest’ultimo riguardo, in verità, nel corso degli anni la mia posizione è stata oscillante, diciamo così.

In questo periodo sono in fase negativa, avverto chi mi legge.

La sensazione è che gli slogan di sicurezza più che semplificare il problema HSE e di processo, lo banalizzino. Le “frasi fatte”, ripetute e/o lette allo sfinimento, si trasformano, nel medio periodo, in “formule vuote”.

Il “Bianco o Nero” tipico di questi slogan (“Safety First!”), l’assenza di sfumature, di scale di grigio, può rapidamente far deviare il significato originale della frase piuttosto che, cosa ancora peggiore, essere contraddetto dalla realtà vera del reparto.

Perché accade? Perché, cioè, si creano messaggi distonici rispetto a quanto avviene in reparto o nel processo di produzione? Mi sono dato alcune risposte, senza pretesa di chiudere l’argomento:

  • perché, banalmente, il RSPP, magari esterno, è poco presente e, dovendo gestire decine di aziende, non ha il tempo fisico per approfondire il “territorio” che è posto sotto la sua responsabilità consulenziale (senza discutere del contributo in tema di VDR, spesso inesistente, dato dal MC);
  • perché, ancor più banalmente, per il DDL la sicurezza non è una priorità e si “buttano lì” formule vuote per coprire la mancanza di interesse sull’argomento;
  • perché il “lavoro come pensato” è differente dal “lavoro effettivamente svolto” (cfr. Hollnagel) e se non consumo le scarpe antinfortunistiche dentro al reparto è difficile che lo comprenda realmente dal chiuso di un ufficio. Da un ufficio con aria condizionata e Spotify in sottofondo non si intercettano i segnali deboli, le mezze parole, gli sguardi rassegnati oppure ben disposti oppure ancora astiosi degli operatori di reparto. Annoto che, per esperienza personale, comprendere il clima organizzativo, le dinamiche interne aziendali, la cultura della sicurezza presente in un’unità produttiva è cosa tra le più difficili.

Peraltro, un messaggio lanciato in “pompa magna” e poi rapidamente contraddetto dalla realtà vera delle cose distrugge all’istante qualsiasi forma di politica della sicurezza si voglia applicare. Con effetti negativi permanenti anche verso iniziative future.

L’introduzione di formule fideistiche (“Gli infortuni sono tutti prevenibili, ricordalo!”[1]) e prive di scale di grigio possono arrivare a conseguenze paradossali. Per esempio:

  1. tutti gli incidenti sono prevenibili;
  2. se ti uniformi a questo non ti accadranno, quindi, infortuni;
  3. se ti fai male sul lavoro la responsabilità è pertanto solo e soltanto TUA. Non hai creduto al verbo;
  4. ed è a causa TUA che il cartellone all’ingresso dell’azienda dovrà essere azzerato (“In questo sito l’ultimo infortunio ha avuto luogo 1 giorno fa”)

Come se ne esce? Anche se le evidenze continue portate alla ribalta dalla stampa nazionale, in settori esterni a quello HSE, potrebbero suggerire il contrario, io continuo a credere che la maggior parte delle persone possieda autonomia di pensiero. Se è vero questo è probabilmente meglio, molto meglio, trasmettere al reparto messaggi realistici e non edulcorati. Obiettivi minori ma raggiungibili piuttosto che banalizzazioni irrealizzabili della realtà. Queste ultime, in ogni settore (voglio sperare), hanno le gambe corte e vengono rapidamente smascherate.

Magari tornerò in futuro sull’argomento.

[1] Tutti gli incidenti sono prevenibili solo in un universo laplaciano o se visti con il senno del poi. Fuori dai laboratori di fisica in cui si eseguono esperimenti in condizioni controllate oppure all’esterno delle aule di tribunale, la realtà è un tunnel nel quale le informazioni sono limitate, le scelte si fanno sotto pressione, con limitata razionalità (il pensiero veloce di Kahneman) e con limiti di tempo e risorse. Nonostante questo nella grande parte dei casi le cose sono gestite bene (o in modi sub-ottimali ma comunque entro margini di sicurezza). I margini di sicurezza e le barriere occulte di un sistema spesso fanno evolvere le situazioni in modo positivo, nonostante gli errori organizzativi e/o operativi. Questo accade spesso. Non sempre, purtroppo. Chiediamoci, dunque: in quali condizioni TUTTI gli incidenti possono essere previsti? Probabilmente in presenza di conoscenze e risorse illimitate, ottimi strumenti previsionali e una buona dose di fortuna. Ma anche in queste situazioni le cose potrebbero deragliare dal percorso originale. Anche in laboratori nei quali lavorano le intelligenze più illuminate del pianeta. Insomma, l’unico modo per azzerare il rischio di cadere dalle scale salendo a casa è… non salire le scale. E l’unico modo per azzerare il rischio di infortunio sul lavoro è… non lavorare. Che, complessivamente, non mi pare una grande soluzione.

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Un pensiero riguardo “SAFETY FIRST! PER DAVVERO?”

  1. Concordo ma ritengo che gli slogan, soprattutto in realtà complesse, siano necessari. L’uomo ha bisogno di sintesi e le frasi fatte hanno quel pregio.
    Certo è che se non sono presenti quegli obiettivi minori da lei citati, l’idea che il capo o quello della sicurezza si stanno solo riempendo la bocca d’aria è dietro l’angolo.

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