Rischio e sua percezione: again

Immaginate per un attimo di vivere in una città di provincia.

Né bella, né brutta.

Con un tasso di disoccupazione e di criminalità medio.

Se aveste necessità di un litro di latte mandereste vostra figlia di sei anni ad acquistarlo nel negozio sotto casa? E se il negozio fosse distante 50 metri da casa? E se la distanza fosse, invece, di 250 metri? E un chilometro? Fareste fare a vostra figlia un chilometro per un litro di latte?

E se invece di un litro di latte, voi foste a letto con una specie di influenza, febbre a 41°C, dolori articolari insopportabili e l’impossibilità di stare lontani dal bagno per non più di cinque minuti, mandereste vostra figlia seienne ad acquistare nella farmacia sotto casa i farmaci che la guardia medica vi ha appena prescritto? E se la farmacia fosse distante da casa 50 metri?… ecc.

Ecco, probabilmente chi legge avrà risposto. E avrà individuato una distanza inversamente proporzionale alla propria percezione di quel rischio specifico (attenzione, discutiamo di percezione del rischio, non di rischio effettivo).

Facendo, nel primo caso come nel secondo, una valutazione dei costi e dei benefici dell’attività.

Qualcuno, in altro ambito, si è spinto a calcolare (con un approccio statistico frequentista), il rischio corso in una giornata tipo da un lavoratore impiegato in un’azienda chimica (Kumamoto, Henley, 1996) e ha derivato lo schema di sintesi seguente.

In realtà il problema è forse più vasto: ad ogni nostra attività quotidiana è connesso un rischio oggettivo ed uno percepito. La percezione personale dei pericoli e delle probabilità ad essi connesse è peraltro variabile da persona a persona, da cultura a cultura, ecc. Purtroppo (e a volte per fortuna) tale valutazione è spesso inconscia. Una valutazione condotta a nostra insaputa (più o meno) dal “Sistema 1″ così come definito da Daniel Kahneman. 

Facciamo un altro esempio? Qualche anno fa a New York (Sunstein, 2004) gli abitanti di alcuni quartieri sostennero una campagna per la rimozione dell’amianto dalle scuole, preoccupati per la salute dei propri figli. Gli esperti, al contrario, concordavano sul fatto che i rischi di cancro derivante dall’esposizione fossero statisticamente limitatissimi (era utilizzato per fini di prevenzione incendi ed era completamente inglobato all’interno delle strutture). Quando si scoprì che la rimozione avrebbe determinato la chiusura delle scuole per diverse settimane e che tale chiusura avrebbe causato inconvenienti ai genitori connessi alla gestione dei propri figli, l’atteggiamento della popolazione cambiò e la rimozione dell’amianto si trasformò in una idea pessima. Quando poi furono resi noti i costi che l’operazione avrebbe comportato, la percezione del rischio dei genitori si allineò a quella degli esperti e non se ne fece più nulla.

Il rischio percepito divenne rischio effettivo.

L’amianto rimase lì dov’era.

I genitori realizzarono una cosa che all’inizio non avevano fatto, una valutazione razionale dei costi e dei benefici.

E, arrivando al terzo esempio, quando un operaio in una piccola azienda lavora su di una pressa con le protezioni disinserite cosa possiamo pensare? Probabilmente, all’opposto del caso precedente, egli percepisce il pericolo derivante dall’operazione molto inferiore rispetto al vantaggio che trae dal velocizzare il lavoro.

Qualche tempo fa, in visita presso una piccola azienda padronale, vidi un lavoratore operare con una calandra (vedi link a pagina 8) intento a profilare delle virole che, collegate tra loro, avrebbero costituito il contenimento di un silos d’acciaio dell’altezza di circa 20 metri.

La mia domanda all’operatore fu: “Ma perché lavora a protezioni sospese?”

La sua risposta: “Perché almeno una volta ogni due-tre ore la virola accidentalmente tocca la fune di emergenza e la macchina si arresta. E sono costretto a lasciare la lavorazione e riarmare il quadro elettrico”.

In questo caso l’operatore fece una sua personale valutazione dei costi e dei benefici. Lavorava a protezioni sospese per evitare di perdere forse cinque minuti ogni due ore.

Non percepiva adeguatamente che poteva, per errore, “calandrarsi” pure le mani e, forse, le braccia.

“Tanto una cosa così non l’ho mai vista succedere” (cit.)

Preciserei: “QUASI mai”.

Il “QUASI”, in questo caso, fa la differenza. Questa persona, tra cinque anni, potrebbe ancora avere le proprie mani integre.

Oppure no.

Insomma il problema, oltre ad essere articolato e complesso tecnicamente, si incrocia con aspetti psicologici (sia personali sia di gruppo). 

Alcune considerazioni a margine:

  • la prima: nessuno consciamente si assume rischi senza avere una controparte in termini di benefici;
  • la seconda: siamo, come esseri umani, incapaci di valutare il parametro “probabilità”, soprattutto quelle di livello minimo. A maggior ragione se la cosa riguarda la nostra sfera personale o di responsabilità/valutazione/azione. Il 2,5% di probabilità di vincita potrebbe essere ritenuto trascurabile se si sta giocando la tombola di Natale. Forse lo sarebbe meno (trascurabile, dico) se si è in attesa della risposta di un esame che indicherà, con la medesima probabilità, la presenza o meno di un linfoma;
  • la terza: in molti ambiti di rischio (impianti a rischio di incidente rilevante, rischio idrogeologico, rischio NaTech, terrorismo, vaccinazioni, ecc.) la valutazione personale non specialistica viene formulata PRIMA a livello emotivo. Solo successivamente la nostra parte razionale entra in gioco ma, spesso, solo per confermare la posizione ormai assunta emotivamente/inconsciamente (l’emotività e l’inconscio sono il “cliente” mentre la razionalità è “l’avvocato”. E l’avvocato è sempre al servizio del proprio cliente, come direbbe Jonathan Haidt). 

Avremo modo di riparlarne.

Alla prossima!

© Marzio Marigo

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Corso sulle novità in tema d’ATEX, le iscrizioni sono aperte (come si dice in queste circostanze? Ah, si: i posti si stanno esaurendo)Rischio Atmosfere Esplosive ATEX. Le novità recenti, i metodi e le applicazioni (Bologna, 23/2/2018)

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UPDATE DEL 12/11/2017, ore 18:20

A seguito dei quesiti formulati nell’ambito delle piattaforme social sui quali il presente post è stato caricato provvedo ad integrare il testo originale con una sintesi delle risposte da me fornite in tali sedi, ringraziando qui, ancora una volta, gli autori delle domande.

Percezione del rischio e gruppo di lavoro. Certamente l’effetto del gruppo di appartenenza sulla percezione del rischio è straordinariamente importante, come dimostra l’esperimento psicologico di Zimbardo, nel quale si evidenzia la drammatica differenza nelle modalità comportamentali, a fronte di uno specifico rischio, da parte di una persona sola rispetto ad un soggetto incluso in un gruppo (il riferimento è quello di stanza che viene invasa da fumo simulando un incendio). Esiste poi l’Asch Conformity Experiment, nel quale si dimostra la tendenza delle persone ad uniformare le proprie opinioni a quelle del gruppo di riferimento (giuste o sbagliate che siano. Le opinioni, dico). Ed infine l’effetto Bystander sul ruolo giocato dalla passività del gruppo verso una richiesta d’aiuto. Ce ne sarebbe da discutere, magari in altro post.

Percezione del rischio e ruolo della direzione. Appare di fondamentale importanza, in un ambito più strettamente lavorativo, una “condivisione di senso” che parta dall’alta direzione e arrivi fino al reparto. Non credo di rivelare nulla di nuovo se dico che i messaggi chiave dell’alta direzione/datore di lavoro giungono fino al reparto in modo inequivoco quando esiste la volontà di trasmetterli (produzione efficiente, velocità nell’eseguire il proprio compito, qualità finale del prodotto, ecc). Tutti i lavoratori sono chiaramente formati in questo, conoscono il loro ruolo all’interno dell’organizzazione. Altri messaggi invece, che possono comprendere anche gli aspetti relativi alla Safety, in qualche modo si perdono per strada nel passaggio TOP-DOWN. O perché non sono stati mai trasmessi oppure perché a livello informale si comprende che non sono “strategici” per l’impresa.

Percezione del rischio e formazione. La parte formativa aziendale sul core business viene condotta in modo efficace, nella maggioranza dei casi “on the job”, e senza dilungarsi in corsi di formazione formalizzati. Per veicolare invece i messaggi afferenti alla sicurezza si organizzano corsi di formazione svolti, nella maggioranza dei casi, in aula, da persone esterne all’organizzazione e in assenza dei vertici locali (es. dirigenti, preposti). Che messaggio si invia così procedendo? Non è che si ottiene un effetto acquario che, in sostanza, accontenta la forma ma nel quale la sostanza è assai poca? Ce ne sarebbe da discutere pure su questo. Parecchio.

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