La strana letalità del Covid 19 in Italia

Disaggregando per regione i dati della Protezione Civile forniti ieri (17/03/2020) e mettendo in relazione la specifica letalità regionale con il rapporto dei tamponi effettuati sul numero dei soggetti positivi si ottiene la dispersione che riporto di seguito.

Ricercando la tendenza lineare, si osserva che all’aumentare del rapporto n.tamponi/n.positivi diminuisce il tasso di letalità.

Non si può nemmeno trascurare che la piramide demografica italiana è molto “panciuta” verso l’alto, rispetto ad altre società orientali. E sono proprio gli anziani la parte maggiormente vulnerabile alla SARS-Cov-2.

Sia come sia, probabilmente esistono in Italia molte, moltissime persone positive al Covid 19 non rilevate dalle statistiche.

Moltissime persone che, magari, hanno manifestato sintomi relativamente leggeri, non degni di essere portati all’attenzione di un medico.

La tendenza lineare, all’aumentare della numerosità dei test tampone, è probabilmente compatibile con il tasso di letalità recentemente ipotizzato dallo WHO (pari al 3,4%).

E se invece il tasso di letalità fosse prossimo a quello rilevato nello stato che ha effettuato il maggior numero di tamponi in assoluto, cioè la Corea del Nord? Lì il tasso di letalità è stabile e approssimativamente pari all’1%. Questo significherebbe che attualmente, in Italia, la popolazione che ha contratto l’infezione risulta sottostimata di almeno otto volte.

Vedremo.

Intanto, nell’attesa che gli studiosi dell’argomento effettuino i loro riscontri e raggiungano conclusioni scientifiche certe, stiamo a casa.

Tutti quelli che non fanno parte dei servizi essenziali e delle filiere produttive indicate dall’esecutivo, stiano a casa.

Tutti.

Nessuno escluso.

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