La percezione del rischio non è una costante dell’Universo

Questa varia e si modifica in relazione a differenti fattori.

Facendo riferimento a quanto sta avvenendo da qualche anno in Italia, è interessante lo studio di Slovic [Slovic, P. (1987). Perception of risk. Science, 236(4799), 280-285] svolto trent’anni fa.

Come si vede nella tabella, egli intervistò quattro gruppi di popolazione omogenei (al loro interno) e non correlati gli uni agli altri esternamente.

Trent’anni fa questi quattro “pezzi” di società USA erano discordi nel percepire varie forme di attività o tecnologia (trenta per la precisione), cui attribuivano un diverso grado di rilevanza.

In alcuni casi, tuttavia, la percezione appariva omogenea e trasversale.

Era il caso delle vaccinazioni, per esempio, avvertite come una pratica sostanzialmente innocua da tutti e quattro i gruppi sottoposti ad indagine.

La percezione del rischio, quindi, cambia nella società, nei gruppi sociali, con il trascorrere del tempo.

Questa è l’evidenza.

Sui motivi che giustificano tali variazioni consiglio la lettura di “Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio” di Mary Douglas, un testo “seminale”, pubblicato dal Feltrinelli nel 1991 e (purtroppo!) mai ristampato.

PS – Rimando, per chi volesse approfondire il bilancio costi/benefici delle attività di vaccinazione, alla pagina Facebook del Policlinico di Sant’Orsola nella quale sono presenti sintetiche ma rigorose schede di sintesi fondate sui dati dei CDC statunitense.

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