Il virus e l’arte della manutenzione industriale

Immaginiamo di essere il nuovo responsabile di stabilimento in una qualsiasi azienda a media complessità presente nel ricco tessuto produttivo italiano.

Ci chiamiamo “manager 1”.

Se, come me, avete il pallino della sicurezza degli impianti connessa ai sistemi manutentivi cercherete di porre rimedio ai fermi impianto improvvisi presenti in linea puntando su strategie di manutenzione preventiva connessa all’affidabilità.

E, se faremo le cose per bene, la disponibilità degli impianti aumenterà, i fermi impianto non previsti diminuiranno così come le necessità di svolgere manutenzioni correttive “in emergenza”.

In breve, investendo in manutenzione, creando cioè una nuova funzione aziendale dotata di risorse sia economiche che professionali e facendola interagire con un servizio di prevenzione e protezione (si spera) evoluto, aumenteremo la redditività diminuendo, al contempo, gli indici infortunistici (perché, come bene sappiamo, le persone si fanno male non tanto durante il “normale funzionamento” dell’impianto ma, soprattutto, durante le operazioni di manutenzione improvvise e/o improvvisate).

In tempi relativamente contenuti (un paio d’anni?), investendo in modo intelligente, avremo aumentato la ricchezza prodotta dall’impianto e il livello complessivo della sicurezza aziendale.

È possibile, peraltro, che riceviate nel corso degli anni altre offerte di lavoro, magari più interessanti, e ve ne andiate dallo stabilimento che avrete contibuito a rendere più produttivo e sicuro.

Dopo di voi arriverà un nuovo manager, che chiameremo
“manager 2” immaginandolo, magari, non acutissimo, il quale si accorgerà che:

  1. non esistono guasti nell’impianto;
  2. i tassi infortunistici sono ridotti;
  3. esistono costi evidenti legati alle attività di manutenzione preventiva.

Cosa farà? Perché, come sappiamo, i nuovi manager DEVONO fare qualcosa per giustificare la loro presenza.

Probabilmente metterà insieme le informazioni 1, 2 e 3 e, dopo aver discusso con il responsabile della manutenzione, concluderà che:

  • se l’impianto è efficiente e non ha guasti perché manutenzionarlo in modo certosino?
  • chi vuole mantenere alti i costi della manutenzione sono proprio coloro i quali con la manutenzione ci “campano”: i manutentori e il loro responsabile.

Non comprendendo che l’impianto palesa pochi guasti proprio perché è manutenzionato in modo certosino, in breve tempo il “manager 2” deciderà di razionalizzare le risorse (così si dice) e ridurrà gli investimenti destinati ai servizi di manutenzione dello stabilimento.

Poiché l’impianto prima di degradare in prestazioni ci impiegherà un po’ di tempo, il “manager 2” farà tempo a trovarsi un nuovo lavoro, convinto di avere pure lui contribuito alla crescita dell’azienda.

Arriverà il “manager 3”.

Che si accorgerà di fermi impianto improvvisi… e il gioco ricomincerà senza passare dal “Parco della Vittoria”.

Perché faccio questa considerazione, peraltro particolarmente lunga, e la correlo alla SARS-COV-2?

Perché dopo le affermazioni fatte da un illustre intensivista ieri:

“(…) Il virus dal punto di vista clinico non esiste più (…)”

ho la percezione si sia arrivati alla fase del “manager 2”.

“Manager 2”, peraltro, poco avezzo alla comunicazione del rischio in un paese come il nostro.

Mi fermo qui.

Ma sono preoccupato.

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