La nuova classificazione delle zone a rischio di esplosione

Venerdì 17 maggio 2019 presso l’Ordine degli Ingegneri di Pordenone terrò un corso di formazione finalizzato ad illustrare la nuova metodologia di classificazione delle zone a rischio di esplosione prevista dalla norma CEI EN 60079-10-1:2016.

Rilevo, a questo proposito, che l’introduzione del nuovo standard di classificazione e la contemporanea abrogazione della IV edizione della linea guida CEI 31-32:2012 hanno determinato alcune perplessità applicative tra gli addetti ai lavori. Dubbi che necessitano di una soluzione urgente.

Il corso quindi, proponendo elementi di approfondimento e discussione della tematica specifica, consentirà di iniziare a districare la matassa di pareri e interpretazioni a volte in conflitto tra loro.

Questo sarà il programma, articolato su 8 ore:

  • Un approccio basato sulle evidenze e lo studio degli incidenti industriali
  • L’influenza di specifici parametri di esplosività sul rischio ATEX e l’interpretazione dei risultati dei test di esplosione
  • La classificazione delle zone a rischio di esplosione (gas, vapori) secondo la nuova metodologia data dalla CEI EN 60079-10-1:2016
  • Eventuali integrazioni alla CEI EN 60079-10-1:2016 con EI15:2015 e CEI 31-35:2012 (ora abrogata)
  • Proposizione di esempi di calcolo utilizzando lo standard CEI EN 60079-10-1:2016: rilasci a getto, rilasci diffusivi, rilasci di liquidi infiammabili. Gli esempi proposti saranno originali, non compresi negli allegati alla norma tecnica, presentati per la prima volta ad un corso di formazione e tratti dalla realtà industriale italiana
  • Esercitazione finale di classificazione

La partecipazione prevede la fornitura delle presentazioni originali in formato pdf.

Il corso consentirà di acquisire 8 CFP (Ingegneri). Inoltre, per i professionisti antincendio abilitati ai sensi della Legge n. 818/1984, il percorso formativo proposto costituisce un aggiornamento di 8 ore ex DM 5 agosto 2011 (in attesa di autorizzazione della Direzione Regionale).

L’iscrizione al corso potrà essere fatta attraverso il portale ISI formazione (attenzione: i posti sono limitati).

Per chi arriverà da più lontano consiglio questo hotel oppure questo per il pernottamento. Sono entrambi a pochi minuti a piedi dalla sede dell’Ordine degli Ingegneri di Pordenone.

Infine, per chi voglia affiancare ad un tedioso corso in tema d’ATEX anche la visita ad una città culturalmente stimolante quale Pordenone è, consiglio l’esposizione Femmes 1900. La Donna Art Nouveau. Omaggio a Eugene Grasset che vedrà l’inaugurazione proprio in quei giorni.

Se vorrete, quindi, appuntamento al 17 maggio a Pordenone!

Marzio Marigo

PS – È finalmente disponibile per il download il mio ebook: Classificare le zone a rischio di esplosione con la norma CEI EN 60079-10-1:2016. Lo potete scaricare dal portale Wolters Kluwer.

PPS (Update del 13/4/2019) – Se sai rispondere alle seguenti domande NON ti serve un corso di formazione sul nuovo standard CEI EN 60079-10-1:2016:

  1. Le esclusioni previste per gas combustibili a bassa pressione sono valide anche per GPL? Cosa si intende precisamente per bassa pressione?
  2. Come calcolo i ricambi d’aria in ambienti di grandi dimensioni?
  3. Ma davvero la disponibilità della ventilazione naturale in ambienti chiusi non può essere definita BUONA?
  4. Ma davvero le distanze minime di classificazione non possono essere inferiori al metro?
  5. Quali sono le parti della linea guida CEI 31-35:2012 (ora abrogata) non in contrasto con la seconda edizione della IEC 60079-10-1?
  6. I controlli di esplodibilità consentono ancora di declassificare i luoghi a rischio di esplosione oppure no?
  7. Nel caso di liquidi ad alta viscosità posso utilizzare le normali equazioni di rilascio?
  8. Il nuovo diagramma logaritmico illustrato nell’allegato D con il quale si calcolano le distanze a rischio di esplosione è affidabile?
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Classificare le zone a rischio di esplosione con la nuova norma CEI EN 60079-10-1:2016

Oggi ho consegnato all’Editore le bozze dell’ebook che a breve verrà pubblicato da IPSOA-WKI Italia.

Con questo lavoro ho cercato di illustrare le opportunità e i limiti della nuova norma di classificazione CEI EN 60079-10-1:2016. Il nuovo standard possiede molta luce ma anche luoghi d’ombra, a volte inaspettati. Sono soprattutto questi ultimi che ho cercato di illuminare con interpretazioni tecniche ragionevoli, approcci e criteri applicativi ed esempi di calcolo. La materia è “viva” e, non essendoci letteratura a supporto delle scelte fatte dal normatore, si può prestare a facili fraintendimenti.

Spero di essere riuscito a chiarire qualcosa. Almeno in parte. Tratto dall’introduzione: “(…) In estrema sintesi, la norma tecnica CEI EN 60079-10-1:2016 è la prima IEC 79-10 che si “autosostiene”; in essa sono presenti sia le equazioni di emissione relative ad alcuni scenari di rischio, sia nomogrammi che consentono di determinare l’eventuale tipo di zona a rischio di esplosione sia, per finire, nomogrammi che permettono la stima della dispersione e quindi dell’estensione della zona. Insomma, è uno standard immediatamente applicabile una volta che si abbiano le equazioni di emissione afferenti ad ogni scenario e reperibili ampiamente in letteratura tecnica [es. TNO Yellow Book (Capitoli 2, 3), Crowl e Louvar (Capitolo 4), Lee’s (Capitolo 15), CEI 31-35:2012 (Appendice GB.4), ecc.].

La CEI EN 60079-10-1:2016 è quindi immediatamente applicabile e restituisce, rispetto all’utilizzo della linea guida CEI 31-35:2012, risultati sorprendenti e, per alcuni scenari, molto più aderenti alla realtà fisica del fenomeno di rilascio e dispersione (soprattutto di dispersione). Le prime comparazioni di classificazione svolte sia con la linea guida CEI 31-35:2012 che con la norma CEI EN 60079-10-1:2016 lasciano infatti intravedere modifiche molto sostanziose nella determinazione della distanza pericolosa (nel campo vicino), soprattutto per alcuni specifici scenari di rilascio tipicamente presenti in molte filiere industriali italiane.

Al momento dell’elaborazione del presente lavoro la situazione normativa, nell’ambito della classificazione delle zone a rischio di esplosione per gas e vapori infiammabili, evidenzia la seguente norma in vigore:

  • CEI EN 60079-10-1:2016 (Atmosfere esplosive. Parte 10-1: Classificazione dei luoghi. Atmosfere esplosive per la presenza di gas)

Le linee guida applicative dell’edizione del 2010:

  • CEI 31-35:2012
  • CEI 31-35/A:2012

sono state abrogate a partire dal 14 ottobre 2018 (il 13 ottobre cessava infatti il periodo di vigenza contemporanea dell’edizione del 2010 e quella del 2016 dello standard CEI EN 60079-10-1). Nonostante questo i contenuti tecnici di tali guide rappresentanto un utile riferimento per le metodologie scientifiche in esse contenute, relativamente alle parti non in contrasto con la nuova edizione della Norma CEI EN 60079-10-1:2016, nell’ambito delle scelte affidate al valutatore/classificatore.

Il nuovo standard di classificazione è stato pubblicato dall’IEC nel settembre 2015, successivamente recepito come norma EN nel dicembre 2015 e, infine, pubblicato dal CEI italiano nel marzo 2016 come CEI EN 60079-10-1:2016. Nel novembre del medesimo anno il Comitato Elettrotecnico Italiano ha pubblicato l’edizione in lingua italiana della norma.

Il presente ebook, da considerarsi come un aggiormento, sull’argomento specifico, del manuale edito da IPSOA nel 2017, si propone lo scopo di illustrare l’ambito applicativo della nuova CEI EN 60079-10-1:2016 nonché di illustrare, attraverso esempi applicativi tratti dalla realtà del tessuto produttivo italiano, la concreta applicazione degli strumenti forniti dalla norma tecnica (…)”.

A presto

Marzio

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Del riccio e della volpe

Disclaimer: a prima vista quanto segue c’entra poco con gli argomenti che normalmente tratto in questo spazio. Ma solo a prima vista.

Un filosofo greco (Archiloco) ci ha trasmesso, migliaia di anni fa, un insegnamento: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

Per quanto la volpe si industri nel catturare il riccio, quest’ultimo possiede gli aculei, inattaccabili dalla volpe.

La volpe, con tutta la sua astuzia, viene sconfitta dall’unica difesa che il riccio possiede.

Nel 1948 Berlin pubblicò, a proposito di questo, un saggetto intitolato “Il riccio e la volpe” destinato a discutere di questa “strana” suddivisione.

Successivamente sia Tetlock sia Silver contestualizzarono i ragionamenti di Berlin al nostro, attuale, universo comunicativo e scientifico.

Quello che segue è il sunto di quanto ho compreso, insegnamenti che consentono, a mio parere, di interpretare meglio la strana epoca che stiamo vivendo.

I ricci credono nelle grandi teorie, nei grandi ideali. Ritengono che la fenomenologia nella quale si vive sia riconducibile sempre al fondamento di una grande teoria, di una grande sintesi.

Le volpi invece ritengono che buona parte delle cose che ci circondano si possano interpretare in modi differenti, con euristiche diverse.

Il riccio ha una logica cartesiana top-down, la volpe, al contrario, parte dall’empirismo, dal fatto, e sale, bottom-up.

Le volpi prevedono meglio il futuro, interpretano meglio i fenomeni. I ricci riconducono la propria visione sempre alla grande teoria e, spesso, sbagliano malamente.

I ricci ricercano l’ordine mentre le volpi tollerano la complessità. Tendenzialmente le volpi sono prudenti, si fidano poco delle proprie deduzioni e quando si sbilanciano ci vedono giusto, i ricci, al contrario, pontificano, dichiarano, prevedono. E sbagliano.

Ricci sono la maggior parte dei docenti universitari che ho conosciuto.

Volpi sono i manutentori e i tecnici che fanno funzionare le tecnologie del nostro mondo. In silenzio e discrezione.

Una volpe era il medico curante di un tempo, che aveva affinato la propria capacità di diagnosi su casi veri e con pochi esami strumentali.

Un riccio è l’intellettuale che viene intervistato da tutte le TV. Una volpe difficilmente si mostra e si pavoneggia.

Volpe è Tony Ciccione, grandioso personaggio presente negli scritti di Nassim Nicholas Taleb.

Con l’esperienza la volpe evolve nelle proprie competenze mentre il riccio, selezionando solo ciò che è coerente con la theoria (con l’acca), peggiora la propria capacità di analisi e previsione.

Troppe informazioni distruggono un riccio. Il riccio può essere un ipocondriaco che, con un collegamento ad internet,, seleziona informazioni non controllate, e si autodiagnostica le i peggiori mali dell’universo-mondo.

La grande maggioranza di chi vediamo in TV sono ricci. La maggior parte di chi tira avanti la carretta sono volpi. Penso alla figura del mio primo datore di lavoro e penso ad una discreta maggioranza di imprenditori che ancora non mollano.

Tutte volpi.

Tutte persone che hanno affinato darwinianamente le proprie capacità. Se ancora lottano significa che sanno prevedere e sanno scegliere.

Ho scelto un medico che ritengo volpe, così come il meccanico dell’auto ma, d’altra parte, se dovessi passare una serata in compagnia, preferirei trascorrerla con dei ricci.

Tendenzialmente, purtroppo, sono riccio. Mi piacciono le grandi sintesi di pensiero. Le grandi teorie. Ma lotto per cercare di essere volpe.

È difficile.

A volte impossibile.

La scuola e l’università che ho frequentato non aiutano affatto in questo.

Credo, però, che per essere una buona volpe devi essere stato un riccio.

Una volpe affidabile deve avere consapevolezza del lato oscuro del riccio.

Tuttavia mi accorgo di cadere in contraddizione: una volpe, se conosce il lato oscuro del riccio, è riccio.

Un po’ come chiedersi se si rade da solo il barbiere di Siviglia, che rade tutti gli uomini di Siviglia che non si radono da soli [vedi Nota 1].

Se si, no.

Se no, si.

Insomma, ribadisco. Penso di essere un riccio, mi piace la teoria, l’approfondimento finalizzato al nulla quantico, fare i riassunti dei libri che leggo, sottolinearli e fare le notine a bordo pagina anche se sto leggendoli a letto poco prima di addormentarmi.

Insomma, non riesco a leggere un libro.

Lo studio.

E questo lo fa il riccio.

Ma comprendo l’importanza fondamentale dei fatti, di quanto accade e di quanto è accaduto.

Mi annoio ad ascoltare i consulenti che pontificano e ascoltano sé stessi, soprattutto se infarciscono l’interloquire con termini quali opportuno, adeguato, idoneo. Ma adoro vedere un artigiano all’opera.

Durante i miei sopralluoghi cerco di parlare con chi fa manutenzione piuttosto che con il direttore di stabilimento.

Insomma, credo di essere un riccio che vorrebbe trasformarsi in volpe.

…il cielo volpesco sopra di me, la legge ricciesca dentro di me…

[Nota 1] Il paradosso del barbiere di Siviglia venne formulato da Bertand Russell per confutare, agli inizi del ‘900, l’opera di fondazione della matematica a partire dalla logica portata avanti da Frege. Tutto nacque dall’impossibilità di dimostrare se l’insieme degli insiemi che non appartengono a sé stessi si appartenesse o meno. C’entra, in questo, il teorema di incompletezza di Kurt Gödel (ed altro). Magari ne riparleremo.

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Sui lavori a fuoco in recipienti chiusi e non bonificati (again)

Allegato VI, Art. 8.4, D.Lgs. n. 81/2008

“È vietato effettuare operazioni di saldatura o taglio, al cannello od elettricamente, nelle seguenti condizioni:

a) su recipienti o tubi chiusi;

b) su recipienti o tubi aperti che contengono materie le quali sotto l’azione del calore possono dar luogo a esplosioni o altre reazioni pericolose;

c) su recipienti o tubi anche aperti che abbiano contenuto materie che evaporando o gassificandosi sotto l’azione del calore possono dar luogo a esplosioni o altre reazioni pericolose. (…)”

-> Cliccare sulla foto <-

 

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Un granello di verità: Alessandria e l’esplosione della cisterna

Quando tengo un corso di formazione sulle problematiche connesse al rischio di esplosione o relative alla manutenzione dei sistemi tecnologici, di solito parto dallo studio di casi significativi che si sono verificati in passato.

La Storia, anche degli incidenti industriali, è maestra e insegna.

Cerco sempre di specificare che, se deve rimanere un granello di verità autentica da conservare, sia questo: non si eseguono lavori a fuoco su recipienti chiusi o tubazioni aperte non bonificati/e. MAI. Nemmeno se si discute di un serbatoio d’acqua. MAI.

Tuttavia, quando ci si accorge che tragedie come questa continuano ad avvenire con triste e deprimente regolarità ci si sente un po’ inutili.

Allegato VI, Art. 8.4, D.Lgs. n. 81/2008

“È vietato effettuare operazioni di saldatura o taglio, al cannello od elettricamente, nelle seguenti condizioni:

a) su recipienti o tubi chiusi;

b) su recipienti o tubi aperti che contengono materie le quali sotto l’azione del calore possono dar luogo a esplosioni o altre reazioni pericolose;

c) su recipienti o tubi anche aperti che abbiano contenuto materie che evaporando o gassificandosi sotto l’azione del calore possono dar luogo a esplosioni o altre reazioni pericolose. (…)”

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Della linea Maginot e della sicurezza sul lavoro

All’indomani della Prima Guerra Mondiale la Francia si interrogò su come fosse possibile arginare la Germania nel caso in cui, quest’ultima, avesse deciso di rinnovare i propositi belligeranti non completamente sopiti con la sconfitta.

Studiarono gli armamenti, le tattiche e le strategie che furono poste in essere nel corso dell’intera Grande Guerra e decisero di edificare una gigantesca barriera di protezione in corrispondenza dei confini con la Germania e l’Italia.

La Linea Maginot, così venne chiamata in onore al Ministro della Guerra francese che ne fece approvare gli stanziamenti per la costruzione, era:

“(…) un complesso integrato di fortificazioni, opere militari, ostacoli anticarro, postazioni di mitragliatrici, sistemi di inondazione difensivi, caserme e depositi di munizioni realizzati dal 1928 al 1940 dal Governo francese a protezione dei confini che la Francia aveva in comune con il Belgio, il Lussemburgo, la Germania, la Svizzera e l’Italia (…)” [Fonte: Wikipedia].

In un certo senso Maginot cercò di realizzare quanto pragmaticamente suggerito dal poeta greco Archiloco: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. Tale massima, pur essendo declinabile in termini di comportamento sociale[1], sta ad indicare che un’unica difesa affidabile, quella del riccio, vince sulle multiple risorse d’astuzia della volpe[2].

La parola chiave è, in questo contesto, affidabilità. Forse André Maginot di questo aspetto non ebbe mai piena contezza.

La Linea Maginot avrebbe, con molta probabilità, cambiato in modo radicale le sorti della Prima Guerra Mondiale. Venne infatti edificata proprio sulla scorta degli insegnamenti acquisti a caro prezzo sui campi di battaglia del conflitto.

Ma quella barriera avrebbe dovuto resistere non già alla terribile Prima bensì alla catastrofe della Seconda (Guerra Mondiale), con una Germania che cambiò radicalmente, in due decenni, tattiche, strategie e armamenti.

Dodici anni richiese la Linea Maginot per essere ideata e costruita. E venne superata, in soli cinque giorni, dalle truppe armate tedesche che passarono attraverso il Belgio.

Una barriera poderosa, mai realmente collaudata, e per questo vulnerabile. Pensata, progettata e costruita sulla base di paradigmi e logiche retroattive che si dimostrarono drammaticamente errate alla prova dei fatti.

L’intera vicenda della linea Maginot è una metafora che bene si aggancia al tema della sicurezza sul lavoro.

Sicurezza sul lavoro che non può mai considerarsi un fatto acquisito in modo permanente, un parametro statico fisso ed immutabile. Essa è “cosa” dinamica e necessita di continue opere di aggiustamento e manutenzione in termini di prevenzione e di protezione.

Il ricorso alle migliori tecnologie disponibili non è, in questo senso, un’opzione tra le tante.

La sordità ai segnali (anche deboli) che provengono dai reparti, l’assenza politiche manutentive consolidate, la tolleranza all’esecuzione di lavorazioni a protezioni disinserite, la sottovalutazione delle ricadute derivanti dall’introduzione di nuovi processi di produzione, l’assenza di gestione delle modifiche (di macchine, impianti, sostanze) predispongono l’organizzazione a subire, prima o poi, incidenti.

E, prima o poi, infortuni.

Anche gravi.

Chi ha il potere di decidere ed orientare le politiche aziendali sul tema specifico non può (davvero) far finta di nulla. Le condizioni al contorno e le modalità interne di produzione, in un’industria moderna, mutano. A volte in tempi brevissimi.

E il management (cieco al cambiamento) non si sorprenda se poi qualcuno, superando l’unica barriera di sicurezza posta in essere, si farà male.

Se può accadere, purtroppo accadrà.

Prima o poi.

[1] Isaiah Berlin, Il riccio e la volpe, Adelphi, 1998

[2] Sull’affidabilità della difesa del riccio non c’è discussione. Il processo darwiniamo di selezione naturale ha reso la barriera di aculei invalicabile. Milioni di anni di errori e tentativi non passano a caso.

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La percezione del rischio non è una costante dell’Universo

Questa varia e si modifica in relazione a differenti fattori.

Facendo riferimento a quanto sta avvenendo da qualche anno in Italia, è interessante lo studio di Slovic [Slovic, P. (1987). Perception of risk. Science, 236(4799), 280-285] svolto trent’anni fa.

Come si vede nella tabella, egli intervistò quattro gruppi di popolazione omogenei (al loro interno) e non correlati gli uni agli altri esternamente.

Trent’anni fa questi quattro “pezzi” di società USA erano discordi nel percepire varie forme di attività o tecnologia (trenta per la precisione), cui attribuivano un diverso grado di rilevanza.

In alcuni casi, tuttavia, la percezione appariva omogenea e trasversale.

Era il caso delle vaccinazioni, per esempio, avvertite come una pratica sostanzialmente innocua da tutti e quattro i gruppi sottoposti ad indagine.

La percezione del rischio, quindi, cambia nella società, nei gruppi sociali, con il trascorrere del tempo.

Questa è l’evidenza.

Sui motivi che giustificano tali variazioni consiglio la lettura di “Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio” di Mary Douglas, un testo “seminale”, pubblicato dal Feltrinelli nel 1991 e (purtroppo!) mai ristampato.

PS – Rimando, per chi volesse approfondire il bilancio costi/benefici delle attività di vaccinazione, alla pagina Facebook del Policlinico di Sant’Orsola nella quale sono presenti sintetiche ma rigorose schede di sintesi fondate sui dati dei CDC statunitense.

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Degli errori umani (ancora)

Grazie agli studi di Reason, Kahneman, Gigerenzer e Hollnagel (e molti altri ancora. Cito solo autori che ho studiato in prima persona) sappiamo molto dell’ampio capitolo intitolato “Gli errori umani”.

Nell’ambito della sicurezza (sul lavoro, di processo, ecc.) si è, a seguito di questi studi, consolidata l’idea[1] che l’errore umano sia cosa assolutamente da evitare, necessariamente sempre negativa e dalla quale ci si debba strenuamente difendere.

Per converso Nassim Nicholas Taleb pone l’errore alla base dell’antifragilità. Chi non sbaglia non evolve, non modifica i propri comportamenti e, in conseguenza di questo, diverrà prima o poi “preda” di qualcuno. Di qualcosa.

In realtà ciò che asseriscono gli studiosi dell’errore umano è cosa un po’ differente dalla demonizzazione dello “sbaglio”. Le persone (tu che stai leggendo, io, l’umanità intera) commettono una quantità straordinaria di errori ma questi, grazie agli studi citati, si possono riassumere e riepilogare in precise categorie “linneane”, che non approfondisco volutamente in questa sede[2].

E quindi?

Sbagliare è bene oppure è “sbagliato”?

Semplicemente credo che l’errore sia intrecciato a tutti i nostri processi cognitivi di apprendimento. Se non sbagliamo non impariamo. Di più: non possiamo dire di avere imparato “qualcosa” se prima non abbiamo commesso una qualche forma di errore in relazione ad “essa”.

Certamente esistono ambiti nei quali l’errore è “gratuito” e senza conseguenze (immagino il contesto scolastico e universitario. Al massimo si torna al posto con un “quattro” oppure si ridarà un esame) ed altri settori in cui lo sbaglio è intollerabile (camera operatoria, processi industriali a rischio di incidente rilevante, gestione delle emergenze, ecc.)

Come ci poniamo?

Direi che l’essere consapevoli della nostra fallibilità (da intendersi come singola o dell’organizzazione) è un deciso passo in avanti nell’ambito della sicurezza tecnologica “evolutiva” ed “antifragile”.

Asserire che un dato fatto ha avuto luogo per “colpa di altri” non consente di mettersi in gioco e impedisce di porre rimedio all’agire scorretto. Quando ricapiterà l’occasione, se non si è presa coscienza del proprio comportamento anomalo (singolo o organizzato), si ri-sbaglierà.

Diventa quindi fondamentale imparare certamente dai propri errori ma, molto di più, da quelli commessi da altri.

Per questo, però, vi è la necessità di inchieste “laiche” sugli accadimenti incidentali sulla scorta di quanto già ha luogo in ambito aeronautico oppure, discutendo del settore industriale, prendendo spunto dal modello anglosassone.

Per capirci, non possiamo fare saltare per aria uno stabilimento industriale per vedere “l’effetto che fa”, su questo concordiamo tutti, immagino. A seguito di un incidente, però, è necessario estrarre da questo tutte le informazioni utili sulle dinamiche che lo hanno determinato (andando anche oltre lo human error, ovviamente).

In Italia, purtroppo, ci si scontra con le dinamiche processuali che rendono difficile l’accesso alla realtà del fenomeno incidentale, perdendo così preziose informazioni “maestre”. Un primo motivo è dovuto al fatto che il “lavorio” processuale è finalizzato ad individuare responsabilità penali e non certo regole generali da utilizzarsi per prevenire futuri incidenti. Una seconda motivazione è connessa alla difficoltà ad accedere alle preziose informazioni  tecniche contenute nelle perizie prodotte dalle varie parti in causa.

Peraltro, ritornando al tema di partenza, sapere come sbagliamo consente di farlo in modalità sicura: l’installazione di una barriera immateriale protegge dallo slip e dal lapse, per esempio.

…ovviamente se non viene bypassata…

___

“Penso dunque sono sbaglio” (semi-cit.)

___

[1] Ingenua

[2] Ne ho parlato parecchie volte, pure in questo blog

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21 AGOSTO 1998

Mi licenziai esattamente il 21 agosto 1998.

Vent’anni fa, oggi.

Lavoravo per una multinazionale francese dell’energia e progettavo le strutture metalliche di sostegno dei sezionatori elettrici per media ed alta tensione.

E, sempre il 21 agosto 1998, aprii il mio studio di ingegneria (avevo già provveduto a “fare le carte”). Il proposito era quello di occuparmi di sicurezza sul lavoro e di calcolo di strutture d’acciaio. Poi il caso e le necessità mi hanno portato a fare quello di cui mi occupo oggi.

Progettavo, prima di licenziarmi, le strutture in acciaio per gli interruttori delle centrali elettriche, per capirci.

Ricordo che, quando me ne andai, stavo lavorando alle incastellature (poi installate) destinate al Cile che avrebbero dovuto resistere allo spettro sismico ENDESA. Il terremoto dei terremoti. Bellissima fu l’esperienza in scala reale con la tavola vibrante dell’ISMES di Seriate.

Prima ancora mi feci le ossa lavorando per un’azienda del tipico tessuto produttivo del nord est. Lì imparai davvero molto. Mi occupai di strutture d’acciaio, di protezione dalle esplosioni, di marcatura CE, di sicurezza sul lavoro, di gestione del cliente e del fornitore, di preventivazione, di costi industriali. Cercando di capire come muovermi ed interagire con le persone in una realtà organizzativa che mai avevo conosciuto.

Era la mia prima esperienza dopo la laurea e pensavo che il mondo tecnico-tecnologico mi aspettasse a braccia aperte. In fondo ero un ingegnere meccanico laureato in una delle più importanti università italiane, che diamine.

Cosa avevo ancora da imparare?

La prima cosa che mi diedero da fare fu il calcolo di una struttura metallica di sostegno per un filtro che attendeva di essere dimensionata da un bel po’ (ero il primo ingegnere che l’azienda assumeva e c’era già qualche arretrato ad aspettarmi). Mi misi di “buzzo” buono e calcolai, in qualche giorno, le piastre, i tirafondi, le colonne, le travi, i controventi. Feci uno schema di massima e lo inviai all’officina.

Ero soddisfatto, era venerdì e mi aspettava il primo WE da occupato.

Poi arrivò la telefonata al sabato mattina (sul prestino): “Ernesto ti cerca, non capisce”. Ernesto era il capo officina e mi cercava perché non comprendeva come le HEA (colonne e travi) si collegassero. E come i profili ad L (controventi), si collegassero a loro volta alle travi e alle colonne.

Lo ringrazierò per sempre Ernesto.

Fu il primo che mi afferrò e mi portò a terra.

Tutti noi ingegneri abbiamo un nostro “Ernesto” che ci attende all’uscita dall’Università.

È quel tizio burbero che ci toglie, in poco tempo, la sindrome da onnipotenza e ci trascina dentro al mondo vero, reale.

Arrivai in officina, trafelato, verso le 9 del mattino del sabato (abitavo ad un’ora di strada dall’azienda). La produzione era bloccata. Non avevo specificato come collegare le membrature. In effetti nemmeno a me nessuno l’aveva mai detto come si realizzassero i collegamenti.

In “Scienza delle Costruzioni” esistevano o incastri o cerniere (o cerniere plastiche, ma è un discorso lungo).

Null’altro.

Rimasi a bocca aperta.

Ed Ernesto alzò gli occhi al cielo: “Eccone un altro”, immagino pensò.

“Mi informo” dissi serio.

Gli occhi, sovrastati dalle spesse ciglia, mi guardarono sconsolati “go capio. Intanto mande vanti n’altra roba. Ma luni te a da dirme cossa che go da far”*.

In realtà lui, Ernesto, sapeva bene cosa fare. Di impalcati così ne aveva costruiti centinaia. E a spanne ci sarebbe arrivato, magari sovradimensionando la struttura.

Semplicemente mi stava mettendo alla prova.

Il Ballio Mazzolani non era utile per risolvere il problema. Presi quindi l’auto e corsi alla biblioteca della facoltà di ingegneria dell’Università di Padova. Chiudeva alle 13 il sabato.

Ricordo che cercai come un disperato del materiale dentro a quei cassettini oblunghi contenenti le schede di catalogazione fino a che mi imbattei nelle dispense dell’Italsider. Le portai a casa, le studiai e scoprii che quello che non sapevo di non conoscere sullo specifico argomento era un’enorme enormità.

Nonostante tutto il lunedì mattino, verso le 7:30, mi presentai in officina con i collegamenti dimensionati: coprigiunti d’ala, coprigiunti d’anima, bulloni. Tutto.

Nel WE avevo calcolato le strutture di collegamento e abbozzato uno schizzo.

Diedi gli appunti ad Ernesto. Questi prese gli occhiali, con le sue poderose mani, e se l’infilò con una delicatezza inusuale.

Guardò il paio di fogli, sollevò lo sguardo e fece un mezzo sorriso.

“Varda de star comunque in zona inquò”** mi disse.

Avevo passato l’esame.

___

* Ho capito. Intanto mando avanti un’altra commessa. Ma lunedì mi devi dare una risposta.

** Guarda di stare in zona oggi.

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