21 AGOSTO 1998

Mi licenziai esattamente il 21 agosto 1998.

Vent’anni fa, oggi.

Lavoravo per una multinazionale francese dell’energia e progettavo le strutture metalliche di sostegno dei sezionatori elettrici per media ed alta tensione.

E, sempre il 21 agosto 1998, aprii il mio studio di ingegneria (avevo già provveduto a “fare le carte”). Il proposito era quello di occuparmi di sicurezza sul lavoro e di calcolo di strutture d’acciaio. Poi il caso e le necessità mi hanno portato a fare quello di cui mi occupo oggi.

Progettavo, prima di licenziarmi, le strutture in acciaio per gli interruttori delle centrali elettriche, per capirci.

Ricordo che, quando me ne andai, stavo lavorando alle incastellature (poi installate) destinate al Cile che avrebbero dovuto resistere allo spettro sismico ENDESA. Il terremoto dei terremoti. Bellissima fu l’esperienza in scala reale con la tavola vibrante dell’ISMES di Seriate.

Prima ancora mi feci le ossa lavorando per un’azienda del tipico tessuto produttivo del nord est. Lì imparai davvero molto. Mi occupai di strutture d’acciaio, di protezione dalle esplosioni, di marcatura CE, di sicurezza sul lavoro, di gestione del cliente e del fornitore, di preventivazione, di costi industriali. Cercando di capire come muovermi ed interagire con le persone in una realtà organizzativa che mai avevo conosciuto.

Era la mia prima esperienza dopo la laurea e pensavo che il mondo tecnico-tecnologico mi aspettasse a braccia aperte. In fondo ero un ingegnere meccanico laureato in una delle più importanti università italiane, che diamine.

Cosa avevo ancora da imparare?

La prima cosa che mi diedero da fare fu il calcolo di una struttura metallica di sostegno per un filtro che attendeva di essere dimensionata da un bel po’ (ero il primo ingegnere che l’azienda assumeva e c’era già qualche arretrato ad aspettarmi). Mi misi di “buzzo” buono e calcolai, in qualche giorno, le piastre, i tirafondi, le colonne, le travi, i controventi. Feci uno schema di massima e lo inviai all’officina.

Ero soddisfatto, era venerdì e mi aspettava il primo WE da occupato.

Poi arrivò la telefonata al sabato mattina (sul prestino): “Ernesto ti cerca, non capisce”. Ernesto era il capo officina e mi cercava perché non comprendeva come le HEA (colonne e travi) si collegassero. E come i profili ad L (controventi), si collegassero a loro volta alle travi e alle colonne.

Lo ringrazierò per sempre Ernesto.

Fu il primo che mi afferrò e mi portò a terra.

Tutti noi ingegneri abbiamo un nostro “Ernesto” che ci attende all’uscita dall’Università.

È quel tizio burbero che ci toglie, in poco tempo, la sindrome da onnipotenza e ci trascina dentro al mondo vero, reale.

Arrivai in officina, trafelato, verso le 9 del mattino del sabato (abitavo ad un’ora di strada dall’azienda). La produzione era bloccata. Non avevo specificato come collegare le membrature. In effetti nemmeno a me nessuno l’aveva mai detto come si realizzassero i collegamenti.

In “Scienza delle Costruzioni” esistevano o incastri o cerniere (o cerniere plastiche, ma è un discorso lungo).

Null’altro.

Rimasi a bocca aperta.

Ed Ernesto alzò gli occhi al cielo: “Eccone un altro”, immagino pensò.

“Mi informo” dissi serio.

Gli occhi, sovrastati dalle spesse ciglia, mi guardarono sconsolati “go capio. Intanto mande vanti n’altra roba. Ma luni te a da dirme cossa che go da far”*.

In realtà lui, Ernesto, sapeva bene cosa fare. Di impalcati così ne aveva costruiti centinaia. E a spanne ci sarebbe arrivato, magari sovradimensionando la struttura.

Semplicemente mi stava mettendo alla prova.

Il Ballio Mazzolani non era utile per risolvere il problema. Presi quindi l’auto e corsi alla biblioteca della facoltà di ingegneria dell’Università di Padova. Chiudeva alle 13 il sabato.

Ricordo che cercai come un disperato del materiale dentro a quei cassettini oblunghi contenenti le schede di catalogazione fino a che mi imbattei nelle dispense dell’Italsider. Le portai a casa, le studiai e scoprii che quello che non sapevo di non conoscere sullo specifico argomento era un’enorme enormità.

Nonostante tutto il lunedì mattino, verso le 7:30, mi presentai in officina con i collegamenti dimensionati: coprigiunti d’ala, coprigiunti d’anima, bulloni. Tutto.

Nel WE avevo calcolato le strutture di collegamento e abbozzato uno schizzo.

Diedi gli appunti ad Ernesto. Questi prese gli occhiali, con le sue poderose mani, e se l’infilò con una delicatezza inusuale.

Guardò il paio di fogli, sollevò lo sguardo e fece un mezzo sorriso.

“Varda de star comunque in zona inquò”** mi disse.

Avevo passato l’esame.

___

* Ho capito. Intanto mando avanti un’altra commessa. Ma lunedì mi devi dare una risposta.

** Guarda di stare in zona oggi.

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