Del rischio, della 31000/45001 e dell’incertezza

Discuto oggi di un argomento particolare per chi svolge la nostra professione: “Il rischio”. Fino a qualche tempo fa il termine “rischio” e “valutazione del rischio” era cosa apparentemente consolidata, conosciuta, praticata.

Tutta la moderna tecnologia, da quella militare più di frontiera all’individuazione dei requisiti di sicurezza per una pressopiegratrice, presupponeva una preliminare “valutazione del rischio”.

Una “valutazione del rischio” positivista, capace di pesare o di stimare con precisione i parametri in gioco, è da sempre stato il paradigma dal quale partire.

conosco la probabilità di accadimento

conosco il danno potenziale

ERGO

conosco il rischio

Tutto bene, quindi.

Abbiamo la coperta che ci protegge dalle intemperie.

Tutte le intemperie.

Uno strumento invulnerabile e cognitivamente abbastanza comprensibile.

Poi arrivò Nassim Nicholas Taleb

E poi, ancora, Gerd Gigerenzer

E poi Charles Perrow

E poi molti altri, a seconda della traiettoria di studio di ciascuno di noi.

E l’enorme coperta invulnerabile che pensavo di possedere divenne una copertina di Linus.

Arrivò infatti il colpo di grazia, dato alle mie personali certezze, dalla ISO 31000 (il rischio è “l’effetto dell’incertezza sugli obiettivi”) e dalla ISO 45001 (il rischio è “l’effetto dell’incertezza”).

Che diamine vuol dire “effetto dell’incertezza sugli obiettivi” e come si incastra questa nuova prospettiva con tutto il background precedente?

In effetti Gigerenzer già nel 2002 aveva avvertito[1]: “[…] chiamo rischio un’incertezza quando è possibile esprimerla numericamente, come probabilità o frequenza, sulla base di certi dati empirici; il numero in questione non è necessariamente fisso, ma può essere aggiornato alla luce dell’esperienza. Quando, mancando dati empirici, è invece impossibile o sconsigliabile assegnare dei valori numerici alle alternative possibili, uso invece di “rischio” il termine incertezza […]”. Questo passaggio, dal significato un po’ oscuro con gli strumenti che avevo all’epoca, mi tornò utile in seguito.

Molto utile.

L’incertezza non è quindi il rischio, lo diviene quando si ha la capacità di dare un valore numerico ai parametri in gioco. E non sempre accade, in effetti.

Pensandoci bene, quasi mai.

L’idea di conoscere la probabilità di accadimento su base frequentista è un’illusione, probabilmente. Un effetto ottico, di parallasse, al quale danno credito gli analisti di rischio industriale e chi costruisce analisi affidabilistiche basate su alberi di guasto.

Pochi altri, per fortuna.

Nel mio girovagare “per dare un senso a ciò che senso non ha”, per citare il Kom, mi imbattei successivamente in un articolo illuminante di Andy Stirling[2] (molto citato) nel quale, finalmente, si forniva un quadro di insieme che collegava la conoscenza delle probabilità di accadimento, delle conseguenze, l’incertezza, il rischio.

E molto altro.

La sintesi la riporto nella figura seguente.

La comfort zone nella quale mi sono cullato per quasi due decenni era sono una parte del quadro complessivo di insieme ed era solo quella del rischio propriamente detto.

Poi c’è l’area dell’incertezza, nella quale non sia possiedono le conoscenze in tema di probabilità di accadimento di un dato evento.

E l’area dell’ambiguità, nella quale non si riesce a definire la/le conseguenza/e di uno specifico fattore.

E infine l’area dell’ignoranza, dove probabilità e danni sono ignoti.

Molto altro ci sarebbe da dire, magari ci ritornerò.

Riprendendo i concetti esposti da N.N. Taleb nel suo “Cigno Nero”, ho vissuto in Mediocristan per molto tempo ma è da un po’ che mi sto avventurando nell’Estremistan.

Vedremo che accadrà.

[1] Gigerenzer G. (2002). Quando i numeri ingannano. Imparare a vivere con l’incertezza. Raffaello Cortina, 34

[2] Stirling, A. (2003). Risk, uncertainty and precaution: some instrumental implications from the social sciences. Negotiating environmental change, 33-76

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